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Editore e Direttore Responsabile: Susan Rosenbluth - Caporedattore: Sharon Hes

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Il sindaco Michael Wildes conferisce a Shaykh Palazzi la chiave della città di Englewood, New Jersey
«in riconoscimento dell'impegno impegno a favore della pace fra musulmani ed ebrei»

Aish HaTorah con l'Imam musulmano sionista
invitato a discutere su Medio Oriente
e guerra al terrorismo

 

di Sharon Hes

Uno Shaykh ed Imam musulmano, spesso descritto come “più likudista di un iscritto al Likud”, ha recentemente compiuto un tour negli Stati Uniti, esprimendo le sue convinzioni religiose e politiche alla presenza di migliaia di ascoltatori.

Lo Shaykh Professor Abdul Hadi Palazzi, segretario generale dell'Assemblrea Musulmana d'Italia, aveva chiesto alle autorità israeliane di non ritirarsi da alcuna parte della Giudea e della Samaria, e nemmeno da Gaza.

Durante il suo soggiorno in New Jersey, il professor Palazzi ha criticato alcuni luoghi comuni politicamente corretti circa la pace, gli accordi di Oslo, l'Islam, il Medio Oriente e il mondo musulmano. Secondo il professor Palazzi, i Wahhabiti dell'Arabia Saudita e i dittatori del mondo arabo distorcono l'Islam al fine di trasformarlo in una religione di fanatismo ed odio.

Con Aish HaTorah

Durante i mesi di febbraio e marzo il professore ha svolto un ciclo di lezioni e conferenze in alcuni campus universitari degli Stati Uniti e del Canada ed ha predicato in alcune sinagoghe.

Fra le Università ha parlato a Rutgers, Princeton, Brandeis, e all'Università di California Santa Barbara. Ad Englewood ha parlato presso la Congregazione Shomrei Emunah, e a Teaneck presso la Congregazione Beth Aaron.

Il tour era sponsorizzato da Aish HaTorah col sostegno della Zionism Organization of America, delle Hasbara Fellowships e della TerPac.

Un musulmano sionista

Con Jeffrey Rubinoff in visita alla sede di Detroit della Zionist Organization of America

Il prof. Palazzi si autodefinisce un musulmano sionista e ha idee molte avanzate sulla sicurezza d'Israele. Quando qualcuno gli ha chiesto, «Ma Israele non farebbe meglio ha costruire la barriera difensiva lungo la Linea Verde?», si è limitato a rispondere: «La Linea Verde è qualcosa che appartiene al passato, alla storia. Nella politica contemporanea non ha più alcuna importanza.»

«Una barriera di difesa che seguisse pedissequamente la Linea Verde - ha detto il professore - finirebbe per lasciare indifesi alcuni insediamenti, mettendo a repentaglio la vita di molti civili. Israele ha invece il diritto e il dovere di proteggere tutti i suoi cittadini.»

Lo status di una minoranza

Quanto agli Arabi che risiedono in Israele, il prof. Palazzi ha una soluzione: «Si comportino come tutte le altre minoranze etniche. Accettino di vivere in pace come minoranza in seno allo Stato d'Israele.»

«Nessuna minoranza aliena ha in quanto tale il diritto di imporre  secessioni o di rivendicare uno stato indipendente con la violenza», - ha detto. «Non si vede per quale ragione bisognerebbe fare eccezione a questa regola generale.»

Come esempio ha citato quello dei Sud Tirolesi che risiedono in un'area dell'Italia settentrionale. In passato alcuni facinorosi avevano provato a pretendere l'indipendenza dall'Italia mediante il ricorso al terrorismo, ma la stragrande maggioranza dei Sud Tirolesi li ha isolati e ha optato per la condizione di minoranza nell'ambito della Repubblica Italiana. Hanno cioè scelto di lavorare in modo costruttivo per tutelare i loro diritti nell'ambito dell'assetto politico italiano, e con mezzi esclusivamente legali e non-violenti.

Accordo bilaterale

Presso il JCC di Cleveland, Ohio, su invito della Betar

Il professore si è pronunciato a favore di un accordo bilaterale fra Israele e la Giordania, tale da garantire agli arabo-palestinesi sia la cittadinanza giordana che la residenza in Israele. «Invece di coltivare sterili illusioni, la comunità internazionale farebbe meglio a sostenere un piano di questo genere», ha detto.

«La vera pace in Medio Oriente nascerà soltanto il giorno in cui l'ipotesi di un presunto stato palestinese guidato dall'Olp sarà definitivamente morta», ha concluso il teologo musulmano.

Dall'Italia al Cairo

Il prof. Palazzi è nato a Roma da una madre di origine siriana (la cui famiglia proveniva originariamente da Aleppo) e da padre cattolico convertitosi all'Islam. Dedito sin dall'adolescenza allo studio del Sufismo, il prof. Palazzi ha frequentato la Facoltà di Filosofia presso l'Università di Roma e poi si è trasferito al Cairo per completare i suoi studi teologici.

Ha ricevuto la sua  ijaza (autorizzazione a insegnare l'Islam) al Cairo ed ha un dottorato in Scienze Islamiche presso l'allora Istituto di Studi e Ricerche Islamiche di Napoli,  a suo tempo autorizzato dal defunto Gran Mufti d'Arabia Saudita, Abdul Aziz Ibn Baz.

Nel 1987 il prof. Palazzi è diventato un Imam e uno Shaykh, ricevendo l'equivalente di un dottorato in scienze islamiche dall'allora Istituto di Studi e Ricerche Islamiche di Napoli, autorizzato dall'ex Gran Mufti d'Arabia Saudita. Dal 1989 al 1993 il prof. Palazzi è stato segretario dell'Associazione Musulmani Italiani e dal 2004 è segretario generale dell'Assemblea Musulmana d'Italia.

Nuovi sviluppi

Omelia in New Jersey presso la Congregazione Beth Aaron di Teaneck

Il professore spera di vedere presto l'inizio di un atteggiamento internazionale più equilibrato nei confronti d'Israele. Persino l'Europa ha in alcuni casi fatto scelte di maggiore responsabilità.

Ha ad esempio apprezzato che l'Unione Europea abbia rifiutato di partecipare al “processo-farsa” contro Israele intentato all'Aia presso la cosiddetta Corte Internazionale di Giustizia riguardo alla legittimità della barriera difensiva che il governo israeliano va edificando.

Almeno in questo caso l'Ue ha fatto la cosa giusta - ha detto il professore - riscattando il suo mancato ritiro dalla conferenza antisemita di Durband, organizzata dall'Onu nel 2001.

Altri segnali incoraggianti

Ha poi sottolineato come la caduta del regime di Saddam Hussein abbia indebolito la cosiddetta Autorità palestinese. Con la caduta di Saddam, non vi è più alcun soggetto in grado di corrompere certi politici europei che si ostinano a difendere Yasser Arafat a spada tratta. «Adesso che Saddam non è più al potere - ha detto il prof. Palazzi - Arafat è rimasto senza protettore.»

Il professore ha ringraziato il Presidente George W. Bush per i successi nella guerra contro il terrorismo e per i benefici che ne sono derivati ai popoli liberati. L'effetto domino preconizzato dalla Casa Bianca inizia a realizzarsi, ed i suoi benefici cominciano ad essere evidenti.

Al crollo del regime di Saddam in Iraq, «altri dittatori della stessa risma hanno tremato, è adesso hanno paura di dover subito un trattamento analogo», L'allusione è evidentemente alla decisione del dittatore libico Muammar Gheddafi, che subito dopo la cattura di Saddam ha chiesto di cooperare con gli Stati Uniti alla distruzione delle armi di distruzione di massa.

Diffondere la democrazia

Un premio del B'nai B'rith Metro Detroit per il contributo al dialogo interreligioso per la pace

Il prof. Palazzi assicura che l'unico modo in cui si può vincere la guerra al terrorismo consiste nel diffondere la democrazia nei paesi islamici.

Secondo il professore i Musulmani sono i primi a dover sostenere Bush nell'impegno bellico, perché è proprio grazie alla guerra al terrorismo che milioni di musulmani sono stati liberati dall'oppressione di regimi dittatoriali.

«Altri musulmani che ancora vivono sotto la dittatura hanno ben ragione di sperare», ha detto .

Ha poi paragonato il ruolo svolto oggi dagli Stati Uniti d'America a quello a suo tempo svolto durante la seconda guerra mondiale. La guerra al terrorismo e la seconda guerra mondiale hanno in comune la natura di guerre contro il totalitarismo e rappresentano casi in cui il ricorso all'uso della forza è stato inevitabile, perché singole forze locali non sarebbero state in grado di liberare né la Germania nazista, né l'Afghanistan dei talebani, né l'Iraq di Saddam.

Arabia Saudita

Il professore è poi convinto che la guerra al terrorismo non potrà considerarsi conclusa se non dopo che avrà prodotto mutamenti di regime in Siria, in Iran ed infine in Arabia Saudita. Ha ammesso che il Dipartimento di Stato ha seguitato ad minimizzare il ruolo dei Sauditi nel finanziamento del terrorismo, e ciò a prescindere da quale amministrazione fosse insediata alla Casa Bianca.

Ha ricordato che qualche giorno dopo l'11 il Presidente Bush ha dato il benvenuto al principe reggente saudita Abdullah (il monarca di fatto del paese), dicendogli «Ti consideriamo un nostro alleato».

Oggi, anche se in ritardo, abbiamo compreso come il principe Abdullah sia stato invece uno dei manovratori di Al Qaeda, e ha persino dichiarato che a lui una eventuale reazione degli Stati Uniti all'11 settembre non fa paura.

«Noi controlliamo gli Stati Uniti, ma gli stati Uniti non controllano noi», si è vantato il principe.

Istituzioni

Con lo staff della Anti-Defamation League negli uffici di Detroit

Mentre le leggi saudite impediscono agli Stati Uniti di aprire istituzioni culturali americane in Arabia Saudita, i Sauditi controllano centinaia di sedi su tutto il territorio americano. Secondo il prof. Palazzi i Sauditi sponsorizzano un network estremista che ha sotto il suo controllo oltre l'80 % delle moschee e dei centri islamici degli Stati Uniti.

«Abusando a loro vantaggio delle leggi occidentali sulla libertà di religione, queste moschee raccolgono fondi in America per il terrorismo anti-americano con l'aiuto delle organizzazioni islamiste locali», ha detto.

Ha in particolar modo condannato il Council on American Islamic Relations (CAIR). Prima dell'11 settembre, il CAIR riusciva ancora a travestirsi da gruppo per la difesa dei diritti civili dei musulmani. Erano persino in contatto con uomini di governo, con politici e con gruppi interreligiosi cui aderivano anche alcuni ebrei.

Di fatto, secondo il prof. Palazzi, già allora il CAIR fungeva da filiale americana di Hamas, l'organizzazione terroristica che seguita a compiere attentati suicidi in Israele.

CAIR e Hamas

Il prof. Palazzi ha spiegato come sia Hamas che il CAIR facciano parte di un medesima setta segreta, quella dei “fratelli musulmani”, gruppo che pratica il terrorismo, rigetta completamente i valori occidentali e pretende di istituire uno stato islamico sovranazionale, basato sulla loro personale interpretazione della  legge islamica, cioè della shari'a.

Grazie al Patriot Act ed all'intensa attività dell'FBI, alcuni leader del CAIR sono finalmente stati arrestati.

Ha poi spiegato che Al Qaeda è sorta di recente come una scissione nell'ambito dei “fratelli musulmani”. I primi guardavano a quei territori che un tempo erano parte dello Stato islamico, come Israele o la Cecenia. Al Qaeda ha invece deciso di usare il terrorismo come tattica per iniziare un'offensiva globale contro l'Occidente.

«L'Arabia Saudita ha protetto Al Qaeda per anni. La capitale dell'asse del male è Riyadh», ha detto il prof. Palazzi.

Ambasciatori?

Ha poi osservato che l'ex capo dei servizi di sicurezza sauditi principe Turki, eminenza grigia di Al Qaeda sin dalla fondazione, è oggi ambasciatore saudita in Inghilterra.

«Ora che non può più trasferire fondi ad Al Qaeda usando conti svizzeri, passa il tempo scrivendo poesie che glorificano le terroriste suicide, e le fa pubblicare a Londra sul quotidiano londinese in lingua araba Al Hayyat», ha detto il prof. Palazzi.

Poco prima dell'11 settembre, la moglie dell'ambasciatore saudita negli Stati Uniti ha emesso un cospicuo assegno a favore di Mohammed Atta, uno degli 11 piloti suicidi. Quando le è stata chiesta la ragione di quel versamento, si è limitata a dire che aveva fatto la carità a un bisognoso. Subito dopo l'11 settembre, le è stato permesso di tornata al sicuro in Arabia Saudita.

Va detto che sino ad oggi il governo americano ha fatto poco per contribuire all'arresto dei finanziatori del terrorismo. Il Dipartimento di Stato ha persino cercato di ostacolare i parenti delle vittime dell'11 settembre che hanno fatto causa per danni ai principi sauditi, e ha dichiarato che il loro comportamento può interferire con la sicurezza nazionale.

Serve una strategia

Il prof. Palazzi ha detto che il Presidente Bush comprende che a lungo termine un cambiamento di regime in Arabia Saudita è un'esigenza imprescindibile per porre termine al sostegno saudita al terrorismo, ma che per raggiungere quel obiettivo è necessaria una strategia.

Sebbene i presupposti esistano, gli Stati Uniti non possono dichiarare guerra all'Arabia Saudita senza che ne derivi un contraccolpo nel mercato petrolifero. Un incremento improvviso dei costi del petrolio potrebbe causare seri danni all'economia dell'Occidente.

«Per evitare questo rischio», ha detto il prof. Palazzi, «è innanzitutto necessario assicurarsi un'altra fonte di petrolio, cioè un oleodotto asiatico che attraversi l'Iraq e sia sotto il controllo degli Stati Uniti per tutta la sua estensione.

Qualora quell'oleodotto fosse attivato - ha detto - i paesi dell'area del Golfo Persico non sarebbero più in grado di ostacolare il libero flusso del petrolio a prezzi di mercato ragionevoli.

Per assicurare la sicurezza dell'oleodotto, è necessario che Iraq, Iran e Siria siano governati da alleati degli Stati Uniti.

Maturi per la democrazia

Il prof. Palazzi ha detto che l'Iran di oggi è maturo per il passaggio alla democrazia. Qualora fosse consentito tenere libere elezioni, la stragrande maggioranza degli Iraniani eleggerebbe un governo laico e filo-occidentale.

Soltanto dopo il rafforzamento dell'egemonia USA nell'area è possibile che la Siria sia ridotta a più miti consigli nell'adeguarsi alle esigenze americane. Secondo il professore non è poi così strano supporlo. Non appena Saddam Hussein è stato catturato - ha fatto rilevare - il dittatore libico Muammar Gheddafi si è subito dichiarato disponibile a smantellare i suoi armamenti.

Sul lungo periodo, l'Arabia Saudita potrebbe invece essere circondata da paesi amici degli Stati Uniti, e a quel punto - dice il professore - il cambiamento di regime potrebbe essere promosso senza alcun timore di un contraccolpo economico nel mercato globale.

«Governanti naturali»

Il professore ha suggerito che gli Hascemiti sono i governanti naturali dell'Arabia, in quanto hanno amministrato i luoghi santi dell'Islam per secoli prima dell'insurrezione wahhabita iniziata 200 anni orsono. La Giordania è oggi governata da una monarchia hascemita, e la famiglia reale ha fondate pretese dinastiche sia sull'Iraq che su altri paesi arabi.

Il prof. Palazzi trova inconcepibile che «il Dipartimento di Stato da un lato chiuda gli occhi di fronte alle responsabilità del regime saudita come principale finanziatore del terrorismo globale, e dall'altro continui a far pressioni affinché Israele negozi con un'altra entità terroristica, la cosiddetta Autorità nazionale palestinese.»

«La Roadmap rappresenta la totale negazione dei principi che sono alla base della guerra al terrorismo», ha detto il prof. Palazzi.

Un eventuale trasferimento di poteri statali alla Anp significherebbe che gli Stati Uniti - dopo aver distrutto un regime dittatoriale in Iraq - contribuirebbero a creare nella stessa regione un'ennesima dittatura, analoga a quella del deposto Saddam. «Uno stato governato dall'Anp non potrà mai essere una democrazia», ha detto il professore.

Successi del terrorismo

Se l'amministrazione USA insisterà nel far pressioni affinché venga creato il cosiddetto stato palestinese, questa sarà una vittoria del terrorismo globale, in quanto distruggerà il fondamento etico si cui la stessa guerra al terrorismo si fonda.

Secondo il prof. Palazzi il primo successo politico che ha incoraggiato il terrorismo è stato quello del 1994, cioè la ratifica degli accordi di Oslo da parte d'Israele. Yasser Arafat, il leader di un'organizzazione terroristica che ha assassinato numerosi cittadini americani, il boss che ha personalmente dato l'ordine di uccidere l'Ambasciatore degli Stati Uniti in Sudan, è stato ricevuto alla Casa Bianca come un ospite d'onore, come se si trattasse di un capo di stato. Una macchia sulla coscienza morale dell'America.

Secondo il prof. Palazzi, quello è stato il momento in cui gli Stati Uniti hanno toccato il fondo del degrado morale, nel maldestro tentativo di ricostruire ad Arafat una verginità politica e di cancellare dalla memoria i crimini da lui commessi in passato.

Gli accordi di Oslo non solo non hanno condotto ad alcuna pace, ma hanno ristretto gli spazi di democrazia, costringendo al silenzio quegli arabo-palestinesi dissidenti che amano la pace e preferiscono vivere in Israele.

In visita a Gerusalemme

Il professore ha visitato Gerusalemme nel 1996, e in quella occasione ha consigliato agli Israeliani di non rischiare che il legittimo desiderio di paese induca a nutrire speranze indebite. Ha detto sin da allora che Arafat non era un partner affidabile per i negoziati, e che qualsiasi concessione fatta a un individuo del genere non avrebbe che contribuito a incrementare il terrorismo.

Sono state le speranze di pace prive di fondamento - ha sottolineato il professore - a indurre il premier britannico Neville Chamberlain a concludere accordi diplomatici con Adolph Hitler. L'unica conseguenza di quegli accordi è stata cui la Gran Bretagna ha dovuto affrontare la seconda guerra mondiale con una preparazione inadeguata, mentre il Terzo Reich ha avuto modo di completare il suo riarmo. 

«Se nel 1935, invece di sostenere Chamberlain, la Gran Bretagna avesse dato ascolto a Churchill, la seconda guerra mondiale non sarebbe durata così a lungo», ha detto il prof. Palazzi.

Non sarà una democrazia

Il professore è convinto che - nell'eventualità in cui uno stato palestinese dovesse essere fondato - quello stesso stato non sarebbe una democrazia, ed i suoi leader non promuoverebbero la pace con Israele.

«La Roadmap è soltanto una riscrittura degli accordi di Oslo. Tentare di applicarla significa predisporre le condizioni per una guerra», ha avvertito il professore. «L'America deve convincersi che non può più legare le mani ad Israele nella guerra contro il terrorismo. Arafat, Saddam, Al Qaeda, Hamas, i “fratelli musulmani” sono strettamente legati gli uni agli altri.»

Il prof. Palazzi ha detto le speranze di veder nascere una democrazia musulmana fra gli arabo-palestinesi sono esigue. Nei paesi arabi nessun dittatore da volontariamente le dimissioni. O viene ucciso in un colpo di Stato, oppure lascia in eredità il potere a suo figlio, dando luogo a quella che di fatto è una monarchia dittatoriale, come nel caso della Siria e probabilmente dell'Egitto.

I musulmani che vivono in paesi democratici possono invece avere relazioni amichevoli con Israele, come testimoniato innanzitutto dalla Turchia.

L'accesso ai mass-media

C'è però un'eccezione di rilievo al principio secondo cui i musulmani dei paesi democratici possono mantenere buone relazioni con Israele. Guardiamo ad esempio ai leader delle principali organizzazioni islamiche americane. «Vivono nel paese più democratico e più libero del mondo, eppure nella maggioranza dei casi sostengono attivamente l'islamismo radicale», ha detto il professore.

Secondo lui ciò avviene in quanto la setta dei “fratelli musulmani” controlla la maggioranza delle istituzioni islamiche americane grazie a fondi sauditi. Questi “militanti professionisti” non sono più di tremila o quattromila  in tutto il paese, eppure riesco a monopolizzare i mass-media, mettendo a tacere la maggioranza dei musulmani non islamisti.

Ha notato con favore che  adesso la voce dei musulmani moderati comincia a farsi sentire anche in America. Come esempio di moderazione, il prof. Palazzi ha citato Steven Schwartz, un autore musulmano ormai noto al pubblico americano per il suo impegno nel denunciare l'estremismo.

Il prof. Palazzi sostiene che smantellare il network estremista dell'islamismo radicale è nell'interesse di tutti i popoli e di tutte le religioni, ed è l'unico modo per garantire un futuro migliore al genere umano. Ha concluso il suo intervento augurandosi che il suo tour di conferenze negli Stati Uniti e in Canada possa rappresentare un modesto contributo alla costruzione di un mondo in cui prevalgano la democrazia, il pluralismo, il rispetto dei diritti umani e della libertà di parola.

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bottombar


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