Associazione Musulmani Italiani
e Radicali Italiani

Solidali con gli Stati Uniti d'America nella lotta al terrorismo



Rassegna stampa: Speciale 11 settembre

IL FOGLIO
Quotidiano diretto da Giuliano Ferrara
A. VII, n. 250,  inserto di p.1

http://www.radicali.it/pdf/foglio_20020911.pdf
 

RADICALI: 11 SETTEMBRE 2002, ALLE 11,
APPUNTAMENTO IN MOSCHEA

Conferenza stampa con la partecipazione di Shaykh Abdul Hadi Palazzi,
Segretario dell’Associazione Musulmani Italiani

Maulana Shaykh Palazzi e Daniele Capezzone alla Moschea di Roma,
mercoledì 11 settembre 2002


SIAMO ANCHE ISLAMICI
ANCHE NOI: DEMOCRATICI, LAICI, NONVIOLENTI


- Far conoscere la libertà e la democrazia a chi è costretto ad ignorarle.

- Sradicare i regimi dittatoriali che opprimono milioni di donne e di uomini.

- Sconfiggere il razzismo anti-arabo e anti-islamico.

Un appuntamento e un invito: venite, domattina alle 11, alla Moschea di Roma, ed esponete, dalla finestra di casa, la bandiera degli Stati Uniti d ’America

Su questo, Daniele Capezzone, Segretario di Radicali italiani, ha dichiarato:

Un anno fa, dopo l’abbattimento delle Twin Towers, decidemmo subito di uscire in strada con le bandiere americane, di stringerci idealmente agli Stati Uniti, e insieme di stringere noi stessi a quei simboli di libertà e di democrazia: così, ci ritrovammo a Via Veneto, a Roma, davanti all’ ambasciata Usa. Poi, qualche giorno dopo, mentre tanti “pacifisti”, tra Perugia e Assisi, erano impegnati a bruciare le bandiere americane, noi tornammo ad alzarle, e ci recammo a pochi chilometri di distanza, presso il cimitero angloamericano di Rivotorto, per ricordare ed onorare i giovani caduti per garantire libertà e democrazia anche ad Agnoletto, a Casarini e ai bruciatori di bandiere a stelle e strisce.


Per questo, e per molto altro, domani saremo di nuovo al nostro posto. In tante città d’Italia, i militanti radicali manifesteranno dinanzi ai consolati americani, mentre rivolgiamo un caldo invito a tutti i cittadini affinché decidano di esporre alle finestre delle loro case la bandiera degli Stati Uniti d’America, ed osservino, ovunque si trovino, un minuto di silenzio, alle ore 14.46, inizio dell’attacco terroristico al World Trade Center.

Ma il nostro posto, oggi, sarà anche un altro. A Roma, alle 11, tanti radicali, insieme agli amici islamici guidati da Shaykh Abdul Hadi Palazzi e ai fratelli ebrei, si recheranno presso la Moschea. Insieme: con le bandiere gandhiane della nonviolenza, quelle con la mezzaluna, quelle con la Stella di Davide, oltre naturalmente a quelle americane a stelle e strisce. In nome di quella democrazia e di quella libertà che i paesi arabi, oppressi dai loro regimi, sono costretti ad ignorare.

Non si può lasciare il campo alla linea “pacifista” antiamericana (quella di Sciuscià, quella dei santoriani pronti a difendere intercambiabilmente Saddam, Milosevic e Bin Laden), e neppure rischiare che ad essa si contrapponga una “linea Fallaci” sbagliata e pericolosa. Se si confonde Al Qaida con “l’occhio cattivo” dell’immigrato extracomunitario, si innesca un cortocircuito che avvelena le coscienze.

Allora, appuntamento alle 11 dinanzi alla Moschea di Roma, per battere quella cultura e quella politica europee ed occidentali, animate da un profondo razzismo anti-arabo e anti-islamico, che sostengono e promuovono da decenni dittature efferate, privando milioni di donne e di uomini di ciò di cui avrebbero più bisogno, e che nulla simboleggia più e meglio delle bandiere americane: libertà e democrazia.


L'intervento di Shaykh Palazzi al Comitato Nazionale dei Radicali Italiani
può ascoltato online da

http://audio-5.radioradicale.it/ramgen/s1.9.11/uni_gaia_0_20020906173007.rm?start=%2202:40:41%22&end=%2203:10:36%22
 


 


Quotidiano diretto da Paolo Mieli

Lunedì 9 settembre 2002
Anno 41, n.25, p. 35

http://www.corriere.it/solferino/main_mieli.shtml


Lettere al Corriere:
CHE COSA NON VA NELL'ALLEANZA ANTITERRORISMO
 

Ho divorato, giomo dopo giomo, le pagine che il «Corriere della Sera» sta dedicando al primo anniversario dell'attacco al World Trade Center. Come filo conduttore tra i pur diversissimi interventi mi sembra di poter individuare un sottile rimprovero agli Stati Uniti per aver dissipato, probabilmente senza neanche accorgersene, il patrimonio di autorevolezza e credibilità che avevano ereditato dal lutto dell'11 settembre. In effetti l'umanità intera che all'epoca si era stretta attorno a Bush, ora pare essersi dispersa per mille vie e aver dimenticato l'impegno preso in quei giorni. E io, un anno dopo, sono qui a domandanni come sia potuto accadere.

Stefano Villani, Milano
 

     Risponde Paolo Mieli:

Caro signor Villani, mi ha fatto molto riflettere quest'estate la lettura sul «Figaro magazine» di un'intervista di Yvonne Ridley la giornalista che all'indomani dell'11 settembre era stata catturata e tenuta prigioniera dei talebani e adesso ha annunciato d'essersi convertita alla religione musulmana (scelta, lo dico anche se non ce ne sarebbe bisogno, che io considero del tutto legittima).

Quel che ha attirato la mia attenzione è stato come la Ridley ha motivato la sua decisione: « È merito del "Corano"», ha detto, «per me è stato una rivelazione; ho cominciato dai brani che riguardano il ruolo delle donne e ho scoperto che dal VII secolo nell'Islam già si parla di divorzio e di diritti femminili mentre nel mio Paese (l'Inghilterra) si è dovuto attendere il XIX secolo». Parole che sono rimaste senza commento alcuno nonostante proprio in quei giorni un tribunale della Nigeria avesse comminato in ossequio alla legge islamica l'ennesima pena alla lapidazione nei confronti di una donna, Amina Lawal, accusata di adulterio. Curioso, no?

Vede, signor Villani, io ritengo che l'errore degli Stati Uniti sia stato quello di limitarsi a dare alla loro (ma dovrei dire nostra) impresa il carattere di «risposta militare» al terrorismo e abbiano colpevolmente messo in un angolo la connotazione di battaglia politico-culturale per l'affermazione dei valori democratici nel Terzo mondo.

Non mi sfuggono le ragioni di opportunità che hanno suggerito di allargare e rafforzare il patto per « Enduring Freedom» anche a dispetto di quella dimenticanza. Ma l'essere stati costretti a voltarci dall'altra parte mentre il nostro «amico» pakistano, il generale Parvez Musharraf, annunciava di aver aggiunto ventinove emendamenti alla Costituzione del suo Paese che trasformano le elezioni del prossimo ottobre in qualcosa di ridicolo, o mentre la Corte suprema per la sicurezza dell'«amico» Egitto condannava a sette anni di carcere il sociologo Saad Eddin Ibrahim (che Chris Patten, titolare delle relazioni esterne della Commissione europea, ha definito come un «rispettato difensore della democrazia»), ecco il fatto che questi due accadimenti dell'estate scorsa - assieme a moltissimi altri dello stesso genere - siano passati pressoché sotto silenzio, mi ha fatto pensare che c'è qualcosa che non va nella natura stessa dell'alleanza antiterroristica. Ed è qualcosa di non marginale.



Fossi in lei, signor Villani, l'11 settembre andrei a cercare risposte e sollievo spirituale a Roma dove il segretario dell'Associazione musulmani italiani, Shaykh Abdul Hadi Palazzi, leader di una minoranza da anni impegnata nella lotta contro il fondamentalismo wahhabita, manifesterà davanti alla Moschea « in nome di quella democrazia e di quella libertà che i Paesi arabi, oppressi dai loro regimi, non hanno» (sono parole degli organizzatori radicali di questa importante iniziativa). Lì avrà modo di capire meglio cos'è che in quest'anno non è andato per il verso giusto. E cosa si può fare adesso.


Da sinistra, Rita Bernardini, Shaykh Abdul Hadi Palazzi, Daniele Capezzone e Sergio Stanzali

L'OPINIONE delle Libertà
Quotidiano diretto da Arturo Diaconale


Venerdì 6 settembre 2002 - anno VII - numero 184

http://www.opinione.it/4.attualita/archivio_attualita/2002/02-09_08-09/06-09-02_buffa.htm

“Tutti in Moschea contro l’antiamericanismo”

di Dimitri Buffa


“L’11 settembre tutti davanti alla Moschea di Roma”. Insieme a tutti quegli islamici moderati, amici dell’America e di Israele, che pure in Italia non mancano. A un anno dall’ 11 settembre il segretario dei radicali italiani Daniele Capezzone fa questo appello. E proprio Shaykh Abdul Hadi Palazzi, segretario dell’Associazione Musulmani Italiani, schierata al fianco degli Stati Uniti e d’Israele nella lotta contro il fondamentalismo wahhabita probabilmente venerdì prenderà la parola al Comitato dei Radicali italiani, ai cui lavori presenzierà insieme all’ex- ambasciatore somalo presso la S. Sede e attuale coordinatore dell’Alleanza Somala in esilio, S. E. il colonnello Ali Hussen, e agli ispettori italiani dell’Onu (che hanno monitorato gli spostamenti di fondi e armamenti in Somalia da parte della rete di Bin Laden) Massimo Pizza ed Antonio d’Andrea.

Lo staff dell’Ami (Associazione musulmani italiani) fra l’altro fa anche parte dei consulenti della difesa delle vittime nella causa miliardaria intentata ai principi sauditi e ai governanti sudanesi nonché ai responsabili delle banche arabe che finanziano il terrorismo e il fondamentalismo wahabita. In America la causa per danni promossa dalle vittime contro coloro che sono sospettati da tutto il mondo civile occidentale di essere i mandanti quantomeno morali ed economici dell’11 settembre viene considerata un po’ come la causa civile che inchiodò O.J. Simpson quando la giustizia penale statunitense lo assolse per ragioni di visita di stato di papa Woytila negli Stati Uniti.

Perché questa idea della manifestazione davanti alla Moschea di Roma, Capezzone?

Perché lo si deve fare in nome di quella democrazia e di quella libertà che i paesi arabi, oppressi dai loro regimi, non hanno. Noi radicali, con gli amici islamici, i fratelli ebrei. Insieme: con le bandiere gandhiane della non violenza, quelle con la mezzaluna, quelle con la Stella di Davide, oltre naturalmente a quelle americane a stelle e strisce.

Come ricorda gli eventi dell’11 settembre 2001?

Dopo l’abbattimento delle Twin Towers, noi avemmo immediatamente il riflesso di manifestare con le bandiere americane. Ci recammo subito a Via Veneto, davanti all’ambasciata Usa, e poi, qualche giorno dopo, mentre i cosiddetti “pacifisti”, come Agnoletto e Casarini, tra Perugia e Assisi, erano impegnati a bruciare le bandiere americane, ci recammo al cimitero angloamericano di Rivotorto.

Eppure furono in tanti a esprimere solidarietà agli americani…


Spesso si trattava e si tratta di quelli che, passate le giornate del lutto, hanno ripreso a dire che in fondo gli Usa se la sono cercata…L’antiamericanismo di una certa politica europea non muore mai.

E allora?

Dobbiamo fare un passo in più. Temo, infatti, che alla linea pacifista antiamericana (quella di Sciuscià, quella dei santoriani pronti a difendere intercambiabilmente Saddam, Milosevic e Bin Laden), rischi di contrapporsi una “linea Fallaci” che non mi convince.

In che senso?

Mi spiego prendendo a prestito una notizia che pochi hanno sottolineato: quest’anno, nei paesi arabi, sono nati centinaia di migliaia di bambini cui è stato dato nome Osama. Molti milioni di donne e di uomini sono convinti a causa dell’assenza di democrazia e di informazione libera che l’unica loro chance sia quella del terrorismo e dello scontro con l’Occidente. Pochi mesi fa, in una sola mattinata, presso l’Università del Cairo, in quello che dovrebbe essere il centro più avanzato del mondo arabo, 500 studenti hanno sottoscritto un documento in cui si dichiaravano disposti a fare i kamikaze. Fermare tutto questo solo con le bombe sarebbe come sperare di svuotare il mare con un cucchiaino.

Quindi?


Ecco perché ci vuole la battaglia radicale per la democrazia globale di Marco Pannella e di Emma Bonino , il famoso “ricatto democratico”: subordinare non solo a parole , ogni accordo con quei paesi a nuove conquiste di libertà e di democrazia.

In sintesi?

Occorre realizzare sia con la radio sia con Internet l’equivalente di Radio Londra, una voce che racconti a quei popoli le malefatte dei loro regimi, a cominciare dalle ricchezze dei loro satrapi. Ci vuole soprattutto informazione: quei regimi potrebbero crollare, sotto i colpi della conoscenza.

Non teme di venire frainteso?

Spero proprio di no, perché serviva sicuramente in questo momento e in questa tragica ricorrenza lanciare un appello per sottolineare ciò di cui il mondo arabo ha davvero bisogno: libertà e democrazia.

Con Marco Pannella, Luca Coscioni e Maulana Shaykh Palazzi
i radicali, i liberali, i laici e i musulmani dell'AMI
marciano il 20 settembre 2002 per l'anniversario della Breccia di Porta Pia,
liberazione di Roma dal dominio vaticano.


       

Mercoledì 11 settembre 2002,
A. XXXVIII n. 214

Prima pagina

Nel primo anniversario dell'11 settembre la piazza viene concessa solo ai girotondi contro Berlusconi

VIETATO STARE CON L'AMERICA

Prima negata e poi concessa con restrizioni la manifestazione dei radicali a favore degli Usa


ROMA - Vietato manifestare a favore degli Stati Uniti. E a dettare legge sarebbe - ma non è certo -  l'imam della moschea di Roma che nel '97 invocò la guerra santa contro "gli ebrei che diffondono l'Aids". Il leader islamico, dicono, prima si era opposto alla manifestazione pro Usa organizzata per oggi dai radicali, poi ha ottenuto che il questore cambiasse il percorso del corteo perché considerato "una provocazione". In occasione dell'anniversario dell' 11 settembre sembra che gli unici che possano tranquillamente manifestare in piazza siano la sinistra e i no global con i loro girotondi contro Berlusconi e gli Stati Uniti. Intanto, a un anno dalla tragedia delle torri gemelle, Bush lancia l'allarme per il rischio di nuovi attentati. E il pm milanese Dambruoso avverte: l'Italia è una centrale islamica e Milano uno dei principali crocevia europei dei terroristi di Al Qaeda.


L'epistola dell'Imam al-Ghimari che confuta gli errori di al-Albani
compendio di teologia sunnita circa il fondamentalismo wahhabita


CHI HA PAURA DELL'IMAM WAHHABITA?


Siamo al punto che sfilare con le bandiere a stelle e strisce diventa un preblema di ordine pubblico

di Anna Maria Prado


C'è modo e modo di ricordare l'undici settembre, così come un anno fa c'era modo e modo di "accogliere" le immagini che venivano da New York. Qualcuno ma senza troppa convinzione d'essere in maggioranza - proclamava il dovere di sentirsi "tutti americani". Altri - senza sapere che in molti li avrebbero giustificati - festeggiavano. E oggi, dopo un anno, è cambiato appunto questo: chi proclamava il dovere di sentirsi americano (cioè di sentire come "proprio" il diritto di quel popolo a non subire quella violenza terroristica) ha capito che il suo non è un sentimento comune e generalizzato; e chi festeggiava oscenamente per quella "vittoria" sull'imperialismo e sugli infedeli ha capito di non rappresentare una follia isolata e minoritaria, ma il culmine appariscente ed esplicito di una "cultura" ben diffusa e molto più "presentabile". Una cultura che se non arriva a condividere quella violenza terrificante è almeno ben disposta a "comprenderne" le ragioni. La "realtà" di quest'anno passato dall'attacco alle Torri è una lunga teoria di constatazioni che non siamo "tutti americani". E sono constatazioni che è stato possibile fare non solo ascoltando i canti di festa a Ramallah, ma quotidianamente assistendo a quel che succede qui da noi. Sino a ieri, con la notizia che la Questura di Roma avrebbe vietato una manifestazione davanti alla Moschea della Capitale per ragioni d'ordine pubblico. Non sappiamo se nel mare di retorica che oggi inonderà i giornali ci sarà posto per questa vicenda: ma a noi pare, come si dice, emblematica. Ed è questa vicenda che vogliamo elevare a "simbolo" (purtroppo triste) in questo giorno di ricordo. Perché per non dimenticare quel che di "enorme" è accaduto di là dall'oceano bisogna tenere d'occhio le "piccole" cose che, oggi, accadono qui.

Presto detto qual è la storia: certi radicali avevano l'intenzione (e pare che la mantengano) di manifestare, oggi, contro  i totalitarismi e fanatismi politico-religiosi, e di farlo in modo simbolico davanti alla Moschea proprio per" simpatia" - e non certo per provocazione - nei confronti della cultura e religione islamica, i cui esponenti e fedeli avrebbero diritto a non vedersi confusi con nessun fenomeno di violenza e intolleranza. Ma appunto è intervenuta l"esternazione" (così la chiama la Questura) del "rettore" della Moschea, il quale avrebbe mostrato "contrarietà" all'iniziativa. Si badi: "contrarietà" , mica dubbi o preoccupazioni.

Non si tratterebbe, cioè, del timore che ai manifestanti (cioè agli espositori di simboli "provocatorii" come la bandiera a stelle e strisce o quella di Israele) possa succedere qualcosa di male, e che dunque sia molestato il loro diritto di manifestare liberamente. In questo caso, infatti, si assicurerebbe disponibilità e solidarietà, e si comunicherebbe semmai che la manifestazione è condivisa o almeno benvenuta.

Macché. Si tratta appunto di "contrarietà", perché manifestazioni con quei simboli (ripetiamolo: bandiere americane e israeliane, non gente travestita da kamikaze) "possono sembrare provocatorie rispetto alla località prescelta". Località che non è la casa privata di qualcuno, il quale avrebbe tutto il diritto di tener fuori i simboli che non gli piacciono (tipo le insegne dei paesi democratici e civilizzati). No: la "località" è una strada della capitale, cioè il suolo comune della Repubblica Italiana sul quale possono sorgere (a differenza di quel che può succedere in tanti sistemi dell'integralismo islamico) luoghi di culti disparati.

La notizia, dunque, a ben guardare è doppia (e doppiamente grave). Innanzitutto perché, in Italia, rappresenta una provocazione e un pericolo (per chi le espone) manifestare esponendo bandiere d'America e Israele.

E poi perché la reazione non è di garanzia e tutela a favore di chi in questo modo vuol "provocare", ma di contrarietà e di divieto: cioè di garanzia e di tutela a favore di chi pretenderebbe di limitare quel diritto (sacrosanto, fino a prova contraria) di sventolare un simbolo dell'Occidente democratico.

Pensiamoci.

Anzitutto, p. 4

Il capo dei wahhabiti presso la Moschea ha ottenuto che il questore cambiasse il percorso della manifestazione,
definita una "provocazione"

STRADE CHIUSE IN ITALIA
A CHI SFILA PER L'AMERICA

L'imam dei wahhabiti di Roma prima blocca, poi fa deviare il corteo pro Usa dell'Ami e dei radicali: è lui a dettare legge.
Nel '97 il leader fondamentalista accusava gli ebrei e Israele di "diffondere l'Aids"

di Dimitri Buffa


A Roma in materia di ordine pubblico è l'imam dei wahhabiti a dettare legge. Specie in vista delle commemorazioni interreligiose per l'11 settembre, come quella organizzata per oggi dai Radicali italiani. Le autorità della Moschea di Roma ieri hanno infatti chiesto e ottenuto dalla questura di non far svolgere nel parcheggio davanti all'edificio sacro agli islamici la manifestazione in commemorazione dell'11 settembre, che avrebbe dovuto unire i musulmani moderati, gli ebrei e i radicali con le bandiere israeliane e degli Stati Uniti d'America in un abbraccio di solidarietà per le vittime americane delle Twin Towers.

Nella nota mandata dalla Questura di Roma al presidente dei Radicali italiani Rita Bernardini si parla di "massime autorità religiose" che non garantirebbero l'ordine pubblico se sfilassero le bandiere di Israele e degli Stati Uniti, nonché di iniziativa che potrebbe essere interpretata come una "provocazione". Nel pomeriggio un intervento del ministro dell'interno Giuseppe Pisanu è riuscito a sboccare la situazione, ma i radicali e i musulmani di Hadi Palazzi hanno dovuto accettare un compromesso: spostarsi, insieme alle loro bandiere, all'angolo tra via della Moschea e via Anna Magnani. Cioè dove nessuno potrebbe vederli nemmeno con il binocolo.

L'ultimo imam di Roma si chiama Mahmoud Shewetah ed è un egiziano ed è in ferie a tempo indeterminato. Normale quindi che qualcuno firmi carte in suo nome. Shaykh Abdul Hadi Palazzi ci ha ricordato di quando, nell'agosto 1997, aveva denunciato l'estremista wahhabita Shewetah all'allora ministro dell'Interno Giorgio Napolitano per le sue prediche antisemite. Senza peraltro che il ministro si degnasse di rispondere alla lettera di Palazzi. Che in un passo così recitava: «Nella giornata di venerdì 15 agosto lo Sceicco Mahmoud Shewetah, Imam della Moschea e Vice-Direttore del Centro, durante la predica in occasione della preghiera del venerdì, esortava tutti i musulmani a considerare gli ebrei come loro irriducibili nemici, e ribadiva essere loro dovere contribuire, con i loro mezzi alla "guerra santa sino alla distruzione d'Israele"». Simili appelli risultavano essere la conclusione di una campagna antiebraica lanciata da qualche mese e caratterizzata da affermazioni come quella secondo cui «sono stati gli scienziati israeliani a diffondere nel mondo l'Aids, al fine di indebolire i popoli del terzo mondo».

Oggi, a leggere la nota della questura, la manifestazione dei Radicali italiani sarebbe addirittura dovuta essere annullata. Perché? Perché secondo «il parere espresso dal massimo rappresentante in loco della regione islamica (presumibilmente lo stesso Shewetah, oppure è già in pensione, su questo la direzione della Moschea non si pronuncia, ndr), la manifestazione - qualora autorizzata - potrebbe comportare gravi problemi per ordine e la sicurezza pubblica, con turbative con i membri stessi di quella comunità».

Per quale motivo? «Le modalità di svolgimento della manifestazione con l'esposizione di bandiere statunitensi e israeliane, sia pure accompagnate da quelle dell'Islam, possono sembrare provocatorie rispetto alla località prescelta». Insomma è l'imam a dire ai cittadini italiani dove e come possono manifestare per commemorare le vittime delle torri gemelle. Dice al proposito il segretario dei Radicali italiani Daniele Capezzone: «Mi sembra che non sia stato capito lo spirito di fratellanza di questa manifestazione, noi siamo con le popolazioni arabe e contro i loro regimi, ma vogliamo anche scongiurare gli approcci "fallaciani" al dialogo con l'Islam».

Più cinico con questi signori è invece Palazzi, che da islamico li conosce più da vicino: «Con questa presa di posizione hanno dimostrato di che pasta sono fatti questi burocrati che rappresentano solo gli interessi dell'Arabia Saudita in Italia: cercavamo un dialogo sul tema dell'antiterrorismo tra le tre religione monoteiste, ma loro lo rifiutano. Perché?».
 


L'OPINIONE delle Libertà
Quotidiano diretto da Arturo Diaconale
 

Mercoledì 11 settembre 2002 - anno VII - numero 190

http://www.opinione.it/4.attualita/archivio_attualita/2002/09-09_15-09/11-09-02_buffa.htm

Intervista, p. 2, a Daniele Capezzone

"LA SICUREZZA DI ROMA AFFIDATA A UN IMAM ESTREMISTA"

L'autorità nominata dai sauditi fa spostare la manifestazione dei radicali e dei musulmani moderati
Il segretario radicale: " Un veto gravissimo"

di Dimitri Buffa


Secondo un testo forse preparato dal direttore della Rabitah wahhabita Mario Scialoja un non megli identificato "imam della Moschea di Roma" e il rettore del centro culturale islamico hanno chiesto e ottenuto ieri dalla questura di Roma di non far svolgere nel parcheggio antistante il centro culturale islamico la manifestazione in commemorazione dell'11 settembre, che avrebbe dovuto unire i musulmani moderati, gli ebrei e i radicali con le bandiere israeliane e degli Stati Uniti d'America in un comune abbraccio di solidarietà per le vittime americane delle Twin Towers.


Nell'incredibile nota mandata dalla questura di Roma al presidente dei radicali italiani Rita Bernardini si parla di supposte "massime autorità religiose" che "non garantirebbero l'ordine pubblico se sfilassero le bandiere di Israele e degli Stati Uniti", nonché di iniziativa che "potrebbe essere interpretata come una provocazione". In pratica a Roma in materia di ordine pubblico è un imam, per giunta fantomatico e da mesi assente dalla Capitale. Solo nel pomeriggio un intervento del ministro Pisanu è riuscito a sbloccare la situazione, ma i radicali e i musulmani di Shaykh Palazzi hanno dovuto accettare di spostarsi tra via della Moschea e via Anna Magnani, per non dare fastidio agli sguardi integralisti di chi ancora considera Israele e gli Usa come il grande Satana. Abbiamo parlato con Daniele Capezzone di questo incidente. Ecco cosa ci ha detto.

D: Insomma avete dovuto spostarvi di qualche centinaio di metri per non turbare la vista di un imam di cui non si conoscono nome e cognome?

- Noi volevamo solo far conoscere la libertà e la democrazia a chi è costretto ad ignorarle. Per aiutare i popoli arabi a sradicare i regimi dittatoriali che opprimono milioni di donne e di uomini. E' successo quello che non doveva succedere, anche se do atto al ministro Pisanu di essere intervenuto in maniera logica e tempestiva. Rimane il gravissimo veto posto da questa fantomatica massima autorità religiosa alla nostra manifestazione per il solo fatto che vi saranno esposte bandiere israeliane e statunitensi. la cosa si commenta da sola.

D: Ma la vostra intenzione era tutt'altro che provocatoria, come pure hanno paventato alla Moschea?

- Mi si dica se è provocatorio indire una manifestazione interreligiosa con lo scopo dichiarato di sconfiggere il razzismo arti-arabo e anti-islamico. Si tratta solo di un appuntamento e di un invito che voglio anzi ribadire: venite, stamattina alle 11, alla Moschea di Roma, ed esponete, dalla finestra di casa, la bandiera degli Stati Uniti d'America.

D: Quale è la riflessione radicale su questo tragico anniversario?


- Un anno fa, dopo l'abbattimento delle Twin Towers, decidemmo subito di uscire in strada con le bandiere americane, di stringerci idealmente agli Stati Uniti, e insieme di stringere noi stessi a quei simboli di libertà e di democrazia: così, ci ritrovammo a Via Veneto, a Roma, davanti all'ambasciata Usa. Poi, qualche giorno dopo, mentre tanti "pacifisti", tra Perugia e Assisi, erano impegnati a bruciare le bandiere americane, noi tornammo ad alzarle, e ci recammo a pochi chilometri di distanza, presso il cimitero angloamericano di Rivotorto, per ricordare ed onorare i giovani caduti per garantire libertà e democrazia anche ad Agnoletto, a Casarini e ai bruciatori di bandiere a stelle e strisce.

D: E oggi?

- Saremo di nuovo al nostro posto. In tante città d'Italia, i militanti radicali manifesteranno dinanzi ai consolati americani, mentre rivolgiamo un caldo invito a tutti i cittadini affinché decidano di esporre alle finestre delle loro case la bandiera degli Stati Uniti d'America, ed osservino, ovunque si trovino, un minuto di silenzio, alle ore 14.46, inizio dell'attacco terroristico al World Trade Center.

D: Perché anche la Moschea di Roma?

- Perché il nostro posto, oggi, deve essere anche un altro. A Roma, alle 11, tanti radicali, insieme agli amici islamici guidati da Shaykh Abdul Hadi Palazzi e ai fratelli ebrei, si recheranno presso la Moschea. Insieme: con le bandiere gandhiane della nonviolenza, quelle con la mezzaluna, quelle con la Stella di Davide, oltre naturalmente a quelle americane a stelle e strisce. In nome di quella democrazia e di quella libertà che i paesi arabi, oppressi dai loro regimi, sono costretti ad ignorare.

D: Posto che per ora siete stati fraintesi, chi ve lo fa fare?

- Non si può lasciare il campo alla linea "pacifista" antiamericana (quella di Sciuscià, quella dei santoriani pronti a difendere intercambiabilmente Saddam, Milosevic e Bin Laden), e neppure rischiare che ad essa si contrapponga una "linea Fallaci" sbagliata e pericolosa.

L'OPINIONE delle Libertà
Quotidiano diretto da Arturo Diaconale

Mercoledì 11 settembre 2002 - anno VII - numero 190

http://www.opinione.it/4.attualita/archivio_attualita/2002/09-09_15-09/11-09-02_palazzi.htm

Servizio, p. 2

A Washington i superstiti e i familiari delle vittime citano per danni i principi arabi accusati di aver finanziato Bin Laden
 

LA FAMIGLIA REALE SAUDITA
sotto accusa per gli attentati dell'11 settembre

di Shaykh Abdul Hadi Palazzi,

Segretario Generale
dell'Associazione Musulmani Italiani


Mentre l'Amministrazione USA valuta lo scarso entusiasmo degli alleati europei per il preventivato attacco a Saddam Hussein, in vista del primo anniversario dell'll settembre 2001 i familiari delle vittime e i superstiti degli attentati alle Torri Gemelle del World Trade Center e al Pentagono hanno citato in giudizio presso il Tribunale della Distretto Federale della Columbia tre eminenti membri della famiglia reale saudita e finanziatori del network wahhabita internazionale, cioè l'ex capo dei servizi segreti sauditi e ministro dell'informazione principe Turki Al Feisal Al Saud, il fratello del re Fahd, ex ministro della difesa ed ex vice primo ministro Sultan bin Abdulaziz Al Saud e il principe Mohammed al Faisal Al Saud, proprietario di una banca sudanese e presidente di una disciolta "organizzazione umanitaria" svizzera (con referenti anche in Italia), create allo scopo di trasferire fondi a favore di Osama Bin Laden e della sua organizzazione.

Oltre a tre principi reali sauditi di cui sopra, la denuncia estende la responsabilità civile alla finanziaria Saudi Bin Laden Group, a sette banche internazionali controllate dai Sauditi, fra cui la Bank Al Taqwa - Nada Management Group di Youssef Nada, Hasan Tubba'i e dell'ex-console del Kuwait Idris Nasr Eldin, a otto "fondazioni umanitarie" wahhabite e al regime del Sudan retto dalla giunta militare del dittatore Ornar El-Beshir. L'atto d'accusa è perentorio: "Gli imputati hanno deliberatamente fornito finanziamenti e altre forme di supporto ad Al Qaeda, a Osama Bin Laden e al deposto regime dei talebani, in tal modo oggettivamente contribuendo ai criminali attentati dell'11 settembre, e all'uccisione di cittadini americani nel territorio degli Stati Uniti".

La procedura si ispira alla Legge Patriottica USA del 2001, secondo cui "tutti gli americani sono uniti nel perseguire i responsabili degli attacchi dell'll settembre ed i loro sponsor, sino a quando essi siano tradotti in giudizio."

"La legge sulle immunità degli stati esteri - ha l'avvocato Ron Motley - specificamente esclude possibili casi di immunità dalla responsabilità civile per danni causati ai cittadini americani residenti nel territorio degli Usa" II collegio di parte civile include alcuni fra i più quotati principi del foro statunitensi, fra cui la squadra della Ness Motley di Washington, il procuratore federale antiterrorismo Allen Gershon, l'esperto in diplomazia economica Jean Charles Brissard (autore di "L'impero finanziario della famiglia Bin Laden") e i procuratori specialisti in risarcimento danni degli studi Russo, Scarnardella & D'Amato, Haley & Riley, Hanley & Confroy, Mellon, Webster & Shelley, Howard & Smith.

A costituirsi come parte civile sono oltre 700 fra coniugi, figli e altri familiari delle vittime dell'11 settembre, nonché alcuni sopravvissuti che hanno riportato lesioni. La maggior parte di essi sono americani, ma alcuni sono cittadini argentini, canadesi, francesi, turchi, sudafricani e paraguaiani. L'ammontare del primo risarcimento richiesto ammonta a 1000 miliardi di dollari. Secondo il Finacial Times del 20 agosto, l'accoglimento della denuncia da parte del Tribunale federale ha causato, come prima immediata ritorsione, il ritiro di capitali sauditi investiti negli Stati Uniti, per un totale stimato in 200 miliardi di dollari. Youssef Ibrahim, consigliere anziano del Council on Foreign Relations ha dichiarato: "Sino alla prima udienza del processo, è probabile che i Sauditi si affrettino a liquidare il loro beni e a vendere le loro proprietà in America".

L'ex-procuratore federale della Florida avvocato John Loftus ha precisato che "si tratta di una chiamata in causa di precise responsabilità saudite nel finanziamento del terrorismo globale. Il proliferare dell'estremismo legato alla dottrina wahhabita, religione ufficiale dell'Arabia Saudita, è cresciuto sino a diventare una minaccia globale per l'umanità. E' una guerra globale, non contro l'Islam, ma contro un'interpretazione aberrante del credo islamico, una guerra che anzi vede i Musulmani moderati sia fra le vittime che fra i loro consulenti."

La parte civile intende infatti avvalersi di un gruppo di esperti internazionali, che per l'Italia comprende dirigenti dell'Associazione Musulmani Italiani, schierata al fianco degli Stati Uniti e d'Israele nella lotta contro il fondamentalismo wahhabita, l'ex-ambasciatore somalo presso la S. Sede e attuale coordinatore dell'Alleanza Somala per la Repubblica (Asr) colonnello Ali Hussen, nonché Massimo Pizza ed Antonio d'Andrea, gli ispettori italiani dell'Onu che hanno monitorato gli spostamenti di fondi e armamenti in Somalia da parte della rete di Bin Laden.

L'ambasciatore saudita a Londra, Ghazi Al-Qusaibi, ha reagito con toni davvero inusitati, dichiarando in un'intervista apparsa sul quotidiano al-Hayat: "Gli Stati Uniti di un tempo, quelli con cui eravamo buoni soci in affari, non ci sono più, sono spariti nel fumo delle esplosioni, per essere rimpiazzati da una nuova America, intimidita e vendicativa, che vede ovunque lo spettro del terrorismo e percepisce chiunque sia neutrale come un potenziale nemico da combattere. Il Presidente, il Congresso e l'opinione pubblica degli Stati Uniti parlano da vittime di una sindrome psichiatrica...".

La stampa saudita è poi ancora più battagliera, Abdallah Al Qaedi scrive sul quotidiano Al-Riyadh: "Adesso la provocatrice Condoleeza Rice, consigliere della Casa Bianca, ritiene di avere una legittimazione morale per forzare un cambio di regime a Baghdad. Gli Americani si preoccupano ogni dunque dell'aspetto morale? Sappiamo che lo stato di oppressione e dittatura in cui vive il popolo americano [sic!] non dipende certo dai Sauditi, ma da loro. E' ora che l'America riconosca i diritti dei suoi cittadini [sic!], fermi la sua malvagità e smetta di aggredire il mondo."

Un nervosismo del genere tradisce però una forte insicurezza dei principi wahhabiti fiancheggiatori del terrore: associando un attacco militare contro l'Iraq ad uno giudiziario contro l'Arabia Saudita gli Stati Uniti potrebbero davvero conseguire una vittoria fondamentale, non solo per loro stessi e per l'Occidente, ma anche per la globalizzazione della democrazia a beneficio dei popoli del mondo islamico, troppo spesso oppressi da regimi tirannici, oscurantisti e antidemocratici.

il Qadi islamico d'Italia S. E. Ali Hussen ibn al-Mo'allim al-Badawi-as-Siddiqi,
Shaykh della Tariqah Qadiriyyah,  principe dell'Ordine Sekal,
presidente dell'AMI e coordinatore dell'ASR

Martedì 23 luglio 2002

http://www.lapadania.com/2002/luglio/23/23072002p06a2.htm

L’intervista a Shaykh Abdul Palazzi:
"gli interlocutori dello Stato emanazione di ambienti ambigui"

«Io islamico, non voglio l’8 per mille»
Il leader dei musulmani denuncia i troppi rischi del fondamentalismo

di Dimitri Buffa


L’otto per mille ai musulmani in Italia? «Non se ne parla nemmeno», dice a la Padania Shaykh Abdul Hadi Palazzi, segretario dell’Associazione musulmani italiani, un’organizzazione dell’islam sunnita in ottimi rapporti con i cristiani e gli ebrei e che riconosce lo Stato d’Israele. «Troppi pericoli di finanziare organizzazioni di fanatici e di terroristi - dice - Non è questo il momento».

Lei ha recentemente sostenuto che la Lega Nord ha ragione a volersi opporre alla ratifica di quel disegno di legge per le Libertà religiose attualmente all’esame alla Commissione Affari costituzionali della Camera. Insomma, lei è contrario ad una proposta di legge che estenderebbe ai musulmani i benefici dell’otto per mille. Non è un paradosso?

«Potrebbe apparire paradossale qualora si ignorino i termini esatti della questione. In linea di principio, dal momento che in Italia fra conversioni, acquisizioni di cittadinanza e nuove nascite abbiamo ormai un numero di italiani di religione islamica pari a circa quarantamila unità, è normale che anche questi cittadini al pari di quanti aderiscano ad altre confessioni minoritarie possano contribuire con la loro quota dell’otto per mille a finanziare le loro istituzioni religiose».

Dove nasce allora la sua obiezione?

«Nasce in primo luogo dal modo in cui il principio della rappresentanza democratica, fatto valere per le altre minoranze religiose, ma ignorato nel caso dell’Islam. Coloro che rappresentano presso lo Stato la confessione valdese o evangelica, sono stati eletti dai membri delle rispettive confessioni; il Consiglio dell’Unione delle Comunità Ebraiche è stato democraticamente eletto dagli ebrei italiani, non nominato dall’Ambasciatore d’Israele. Nel caso del cosiddetto “Consiglio islamico” invece, la rappresentanza democratica non esiste. La scelta dei membri del Consiglio è stata arbitrariamente demandata al dottor Mario Scialoja, un personaggio che rappresenta gli interessi del regime saudita in Italia, che non è mai stato eletto dai musulmani italiani, e con le rappresentanze islamiche democraticamente elette e presenti in Italia da oltre vent’anni non ha mai avuto alcun rapporto. A noi musulmani italiani, cittadini di uno Stato democratico, viene praticamente imposto di farci rappresentare presso lo Stato di cui siamo cittadini dall’emissario di uno stato straniero, tra l’altro del più barbarico, antidemocratico e tirannico fra i regimi dittatoriali che esistono nel mondo d’oggi. Per interloquire con il nostro Stato dovremmo passare attraverso il portaborse di un regime in cui esiste la schiavitù, in cui non vi è né un parlamento né una magistratura indipendente, in cui l’unica legge è quella dell’arbitrio di una famiglia reale dedita a perversioni e depravazioni. Questo ci sembra del tutto inaccettabile».

Il problema è dunque dato dal fatto che questo Consiglio non rappresenta i musulmani italiani, ma interessi stranieri?

«Non solo. C’è qualcosa di molto più grave. La Rabitah (Lega mondiale musulmana), organizzazione saudita rappresentata in Italia da Scialoja, è proprio lo strumento con cui il regime saudita ha diffuso nel mondo l’estremismo antidemocratico e totalitario della setta dei wahhabiti, Il Dipartimento di Stato Usa parla apertamente di connessioni finanziarie fra i differenti rami della Rabitah e Al Qaeda. La filiale albanese dell’organizzazione “umanitaria” Islamic Relief (dipendente dalla Rabitah) era diretta da Muhammad al-Zawahiri, fratello di Ayman al-Zawahiri, braccio destro di Osama Bin Laden. La World Association of Muslim Youth, sezione giovanile della Rabitah, è stata per anni diretta da Abdullah ed Omar Bin Laden, fratelli di Osama, anche loro legati ad Al Qaeda. Nel momento in cui si parla di “lotta globale al terrorismo”, dare spazio e fondi alla Rabitah ci sembra davvero inconcepibile. Oltretutto, la Rabitah è una struttura verticistica di funzionari; non ha iscritti. Per poter costituire il cosiddetto Consiglio islamico, Scialoja è stato costretto a riempirlo con i rappresentanti della setta dei “fratelli musulmani”, un’organizzazione integralista che in Italia agisce sotto il nome Ucoii, ma che in Medio Oriente usa invece il nome Hamas. Mentre i membri del ramo mediorientale della setta praticano il terrorismo suicida, i suoi emissari in Italia lo legittimano da un punto di vista pseudo-religioso. Il Presidente dell’Ucoii, Mohammad Nour Dachan, ha alle spalle un passato da militante di un’organizzazione terrorista in Siria, paese di cui è originario, mentre il segretario dell’Ucoii, Roberto Piccardo, pubblica in italiano letteratura di sostegno ideologico al terrorismo suicida, ed ha apertamente espresso questa stessa posizione come ospite del programma televisivo di Giuliano Ferrara e Gad Lerner. Che si intenda finanziare personaggi di questo genere coi fondi dell’otto per mille ci sembra davvero una follia».

Allora ha ragione la Lega Nord?

«Se la Lega Nord fosse in grado di indurre gli altri partner della maggioranza a riflettere su questo punto, la cosa sarebbe senz’altro proficua. Ne trarrebbero giovamento tutti i cittadini italiani, e ancor più quei musulmani moderati che con l’ideologia del terrorismo non si identificano affatto, ma che anzi la condannano senza riserve».

Parlando di ideologie dell’estremismo, ritiene plausibile che dietro il recente assalto vandalico al cimitero ebraico del Verano agiscano personaggi riconducibili all’integralismo islamico?

«Innanzitutto, vorrei cogliere l’occasione per esprimere alla comunità ebraica la solidarietà dei musulmani italiani per questa vile profanazione. Ovviamente non ho elementi per poter additare possibili responsabili. Ho anche sentito parlare di una pista relativa a conflitti fra gruppi che controllano il mercato delle lapidi cimiteriali. Mi sentirei di escludere che si tratti dell’azione di organizzazioni terroristiche quali Hamas, Al Qaeda o simili. Questi gruppi si basano sulla logica dello scontro frontale, vogliono seminare il panico e causare morti; prendersela con le lapidi di un cimitero mi sembra più consono alla stile di gruppi antisemiti dell’estremismo di sinistra o di destra. È però noto che in alcuni casi elementi italiani provenienti da ambiti estremisti antisemiti si siano convertiti all’Islam in quanto attratti dall’estremismo di Hamas, o da quello khomeinista, e simili. Che esaltati di questo genere possano dedicarsi in alcuni casi anche ad azioni vandaliche può - nel caso - apparire plausibile».

Martedì 10 settembre 2002

http://www.lapadania.com/2002/settembre/10/10092002p12a1.htm


I musulmani moderati accusano i reali di Riyadh
di aver finanziato le azioni di Bin Laden

I familiari delle vittime:
COLPA DEL REGIME SAUDITA

di Dimitri Buffa


Il Patriotic Act, legge voluta dall’Amministrazione Bush per assicurare alla giustizia i responsabili degli attentati dell’11 settembre 2001 contro il World Trade Center e il Pentagono, chiama «tutti gli Americani a unirsi nel perseguire i responsabili degli attacchi dell’11 settembre ed i loro sponsor, sino a quando essi siano tradotti in giudizio». Secondo quanto sancito dal preesistente Immunity Act, non esiste alcuna immunità diplomatica o giurisdizionale per danni causati a cittadini americani sul territorio degli Stati Uniti. Su queste basi legali, oltre settecento fra familiari delle vittime e sopravvissuti al massacro hanno recentemente citato in giudizio tre principi della famiglia reale saudita, sette banche internazionali di proprietà saudita, otto «organizzazioni umanitarie» wahhabite ed lo stato-canaglia del Sudan, tutti accusati di aver «finanziato e fornito altre forme di sostegno» all’organizzazione terroristica di Osama Bin Laden. La richiesta di danni ammonta a mille miliardi di dollari. I Sauditi hanno reagito ritirando dal mercato americano fondi per duecento miliardi di dollari. Potrebbe sembrare profilarsi un ulteriore passo nello «scontro di civiltà», un ricezione di tesi simili a quelle di Oriana Fallaci, ma il collegio di parte civile, guidato dallo studio Ness Motley di Washington, la pensa in modo alquanto diverso. Ha infatti dichiarato che capi religiosi ed esperti musulmani filo-occidentali, residenti in America e all’estero, sostengono la loro iniziativa legale e vi contribuiranno come consulenti. Per quale ragione? Lo chiediamo a Shaykh Abdul Hadi Palazzi, il segretario dell’Associazione Musulmani Italiani (Ami), organizzazione sunnita che si è già entrata nel gruppo dei consulenti esteri: «L’ex Procuratore Federale della Florida John Loftus - ci dice Palazzi -, ideatore della causa contro i principi sauditi, ha chiarito da subito come non si possa chiarire l’ideologia, lo sviluppo e le ramificazioni del network wahhabita finanziato dalla monarchia saudita, senza avvalersi della collaborazione di teologi musulmani sunniti e di Shaykh Sufi, cioè di coloro che per tre secoli sono stati le principali vittime del terrorismo wahhabita contro la popolazione civile. A differenza di quanto alcuni vanno sostenendo in Europa, in America è stato evidente sin dal principio che la guerra contro il terrorismo di Al Qaeda non è una guerra contro l’Islam, ma una guerra contro un’aberrante deformazione dell’Islam in senso totalitario, contro una setta che reca danno tanto all’Occidente che al mondo islamico, e che vede l’Occidente e i Musulmani sunniti alleati nel fronteggiarla, com’è del resto già accaduto in Afghanistan».

D: Cos’è esattamente il wahhabismo, e perché è così pericoloso?

«È un’ideologia sorta nel Najd, regione desertica dell’Arabia, al principio del XVIII secolo d.C. Il suo fondatore, Muhammad Ibn Abdil Wahhab, era un isolato predicatore estremista, che considerava tutti i Musulmani come “pagani idolatri”, e che si riteneva chiamato a ripristinare “la purezza dell’Islam originario”. Smentito dai Sunniti, finì a predicare fra una tribù di predoni del deserto guidati da Ibn Sa’ud, il capostipite dell’attuale causa reale saudita. Il fondatore del wahhabismo li arruolò, e li mandò a fare strage degli abitanti di Mecca, Medina e Ta’if che rifiutavano la sua dottrina. Durante la prima guerra mondiale, l’Impero britannico sostenne i capitribù sauditi in funzione anti-ottomana, e poi permise che essi divenissero la casa reale del nuovo stato arabo. Con la scoperta del petrolio, lo stato saudita-wahhabita è divenuto un rilevato partner commerciale degli Stati Uniti e dell’Occidente, ed ha investito ingenti fondi nella propaganda estremista. Oggi quel regime si sente tanto potente da poter minacciare il mondo intero col terrorismo, ed ha al suo servizio Al Qaida, Hamas, i “fratelli musulmani”, un vero network del terrore. Fermarlo prima che sia troppo tardi è interesse non solo dei Musulmani o degli Stati Uniti, ma dell’umanità intera».

D: Da un punto di vista pratico, in che modo l’Ami può contribuire al buon esito della causa e alla condanna dei principi sauditi per sostegno finanziario al terrorismo?

«A prescindere dalla documentazione storica, siamo in grado di contribuire ad uno specifico filone dell’inchiesta, quello relativo alla Banca Al Taqwa - Nada Management Group di Lugano, e alle attività della Banca Barakaat, struttura che aveva monopolizzato a favore di Al Qaeda le rimesse in denaro che i Somali residenti in Italia inviavano alle famiglie».

D: La situazione della Somalia vi concerne da vicino?


«Certamente. Fra i fondatori dell'Ami vi sono diversi ufficiali delle accademie militari italiane di origine somala, cadetti arruolatisi al tempo dell’amministrazione fiduciaria che hanno poi optato per la cittadinanza italiana, assumendo una funzione di coordinamento fra l’Italia e la nostra ex colonia. Questi stessi ufficiali hanno dato vita all’Alleanza Somala per la Repubblica (Asr), posta sotto la guida del giudice islamico dell’Ami, il colonnello Shaykh Ali Hussen, già ambasciatore di Somalia presso la Santa Sede. Il colonnello Hussen ha monitorato le strutture dei referenti somali di Bin Laden (il gruppo wahhabita Ittihad al-Islamiyyah) e il legami finanziari fra le strutture della Banca Barakaat in Italia e il Nada Management Trust di Lugano, e lo ha fatto a stretto contatto con gli ispettori italiani dell’Onu Massimo Pizza e Antonio d’Andrea, che sono fra i più accreditati esperti nella storia del fondamentalismo somalo. Purtroppo, mentre il presidente della commissione Esteri della Camera on. Fiorello Provera è ben consapevole di come la Somalia sia stata per anni una colonia di Al Qaida, il sottosegretario agli Esteri con delega per il Corno d’Africa Alfredo Mantica a tutt’oggi rifiuta di trarre giovamento dal lavoro investigativo di Pizza e d’Andrea, e seguita a pretendere che i fiancheggiatori di Bin Laden in Somalia non esistano.

D: E allora?

È oggi probabile che il lavoro dell’Asr e degli ispettori Onu riceva dal tribunale del Distretto Federale della Columbia l’attenzione che merita».

Il generale Osman Hajj Falco (a sinistra) e S. E. Ali Hussen (a destra),
principe dell'Ordine Sufi degli Sekal, all'epoca del loro giuramento
da cadetti della Guardia di Finanza nel 64° corso Allievi Ufficiali Valtomorizza.

Domenica 22 settembre 2002

http://www.lapadania.com/2002/settembre/22/22092002p11a1.htm

Somalia e Yemen nel mirino

Gli Usa sgomberano il terreno dai fondamentalisti in vista dell’offensiva contro Saddam

di Dimitri Buffa


Che l’amministrazione Bush non nutra alcuna speranza nella possibilità di deporre Saddam Hussein per via politico-diplomatica è ormai accertato, ed è chiaro che la missione degli ispettori Onu in Iraq serve soprattutto a dimostrare alla comunità internazionale che si è fatto tutto il possibile per invitare Saddam a passare la mano con le buone. Gli Usa sanno ormai che alla liberazione dell’Iraq si giungerà con la guerra. La notizia è che però essa sarà preceduta da un intervento militare preventivo, già pronto a scattare entro alcune settimane. L’“Operazione Delta”, nome con cui è stata designata dal Comando strategico di Enduring Freedom, sarà soprattutto destinata a sgomberare il terreno da possibili attacchi alle spalle, e diretta contro due obiettivi ben identificati. Le basi dei miliziani di Al Qaeda nello Yemen, e i signori della guerra che da anni infestano la Somalia. E che possono contare sull’appoggio più o meno velato del “presidente provvisorio” Abdul Kassem Salat, considerato a tutti gli effetti alleato dei terroristi di Bin Laden ed in grado di offrire loro rifugio e supporto logistico.

Per gli Usa è essenziale giungere allo scontro con il regime di Baghdad nelle condizioni più favorevoli, senza ostacoli imprevisti per quanto attiene alla libertà di manovra nel Mar Rosso. Se per lo Yemen si tratta soltanto di operazioni chirurgiche miranti a debellare basi terroristiche ben identificate, in Somalia la posta è molto più alta: al disarmo dei signori della guerra deve infatti corrispondere il ripristino della legalità ed il rientro della nostra ex colonia nella comunità internazionale. Per il monitoraggio delle forze dei signori della guerra, delle basi dei terroristi di Ittihad al-Islamiyyah (ramo locale dell’organizzazione di Bin Laden), e dei rapporti che il “presidente provvisorio” ha ha imbastito con i regimi anti-occidentali, i comandi militari Usa ripongono la massima fiducia in due ispettori italiani dell’Onu, Massimo Pizza e Antonio d’Andrea, probabilmente i maggiori esperti della storia militare della Somalia dall’indipendenza ad oggi.

Gli ispettori hanno affiancato alla loro azione di monitoraggio una proposta per la restaurazione della legalità, dando il loro contributo alla costituzione dell’Alleanza Somala per la Repubblica (Asr), coordinamento che raggruppa gli ufficiali somali addestrati nelle accademie militari italiane e i principali capi dell’opposizione somala in esilio. Oggi l’Asr si prepara ad assumere un ruolo guida nella restaurazione delle democrazia somala. Il suo presidente, il generale Osman Hagi Falco, è giunto venerdì a Roma per una serie di colloqui con gli ispettori Pizza e d’Andrea, con Shaykh Abdul Hadi Palazzi, segretario dell’Associazione Musulmani Italiani e coi rappresentanti delle comunità somale. Ha parole di elogio per gli ispettori Onu e per gli Stati Uniti, ma critica la politica estera italiana.

«Per ragioni storiche - dice - i Somali considerano da sempre l’Italia come la loro seconda patria, e per la fine dell’anarchia e il ripristino della legalità contavamo soprattutto sull’Italia. Ci spiace constatare che il governo italiano, nella persona del sottosegretario agli Esteri con delega per il Corno d’Africa Alfredo Mantica, seguiti a dire che l’Italia non può aiutarci, che dobbiamo perdere tempo in conferenze di pace sterili, inconcludenti e dispendiose, come quelle recentemente svoltesi a Khartum e Nairobi. La democrazia somala è stata fondata col contributo dell’Italia, ma l’Italia oggi non si cura di restaurarla. Il nostro popolo deve oggi fare affidamento soltanto sugli Stati Uniti».

Mentre il generale Falco dà così voce alla sua delusione, nel frattempo il coordinatore dell’Asr ed ex-ambasciatore somalo presso la S. Sede, colonnello Ali Hussen, prepara la lista del nuovo governo di transizione, e specifica che in esso tutte le differenti tribù verranno debitamente rappresentate. «Non vi sarà però spazio alcuno - precisa Hussen - per chiunque a qualsiasi titolo abbia preso parte alle faide dei signori della guerra, per chi abbia versato il sangue della popolazione civile o abbia ricevuto fondi o armi da Bin Laden e dai suoi protettori. I conti col passato verranno chiusi in modo legale, ma senza sconti per nessuno. I criminali di guerra dovranno comunque finire dinanzi ad un tribunale, sia esso somalo o internazionale».

«Per ragioni storiche, etiche ed umanitarie l’Italia non può dimenticare qual è oggi la sorte della sua ex colonia. È necessario che quei somali che sono impegnati nella restaurazione della democrazia nel loro paese ricevano anche dall’Italia un convinto sostegno». Come a dire che l’obiettivo di una Somalia pacificata e democratica non può essere ulteriormente ritardato.
 

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