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Lorenzo Stecchetti Antologia breve di Olindo Guerrini (1845 -1916) Quello di Lorenzo Stecchetti è soltanto uno dei diversi pseudonimi usati da Olindo Guerrini ma resterà, nel tempo, il nome d’arte con cui si consegnerà ai posteri. Il mio incontro con questo scrittore è stato del tutto fortuito, tutto aaccadde una domenica mattina degli anni Ottanta, mentre girovagavo nel chiarore delle prime luci dell’alba, nel celebre mercato romano di Porta Portese. A dire il vero ero, come da mia consuetudine, alla ricerca di dischi; ma scartabellando tra un’interessante catasta di libri, apparentemente antichi, mi sono saltate agli occhi le sue “Rime” nell’ edizione Zanichelli del 1903: una raccolta di tutti i suoi principali componimenti, a partire da “Postuma”. È stato proprio leggendo la prefazione di quest’ultima, riportante la data dell’8 febbraio 1877 e la firma del Dott. Olindo Guerrini, che sono stato anch’io vittima di uno dei tanti suoi beffardi e provocatori tranelli. Si finge cugino dell’autore che dichiara, peraltro, morto di tisi a soli trent’anni e lo fa così bene da commuovere e rendere partecipe il lettore annoverando dettagli e circostanze: “Alle volte irrompeva a mezzo il riso incominciato e diventava improvvisamente serio. Molte cose che prima amava con tutto l’ardore della sua bella giovinezza, gli divennero indifferenti. Anche l’anima ammalava. Viaggiò. Gli avevano prescritto il clima di Napoli, ultimo rimedio che si consiglia ai disperati per tisi, a fine di prolungar loro l’agonia. E questa agonia fu per lui orribile, straziante. Non si potranno mai dire le profonde disperazioni di un’anima che a poco a poco si sente mancar tutto d’intorno. Ed egli che non sperava, cercava d’illudersi, voleva far credere a sé stesso di sperare ancora. Scriveva ad una donna: Mi si spezza la testa. Io son malato E la febbre mi brucia entro le vene. Sono debole, giallo, dimagrato, Ma quando penso a te mi sento bene; Ma quando penso a te cessa il dolore E la speranza mi ritorna in core. Per non soffrir così vorrei morire, Ma quando penso a te voglio guarire. Ma anche la speranza era fuggita”. Ebbene, devo ammetterlo, nondimeno ho iniziato ad amare subito questo poeta, al di là di ogni suo giocoso sdoppiamento. Per meglio intenderlo, forse, sarebbe opportuno prestare attenzione anche al breve saluto, datato marzo 1903, con cui introduce questa sua antologia: “Lascio stampare questo volume di rime senza correggere le vecchie, benché ne vegga le grinze e non mi sfugga la reazione cristiana che, velata di impalpabilità liliali, vuol ridurci ad una rinuncia buddistica e rassegnata, cui la vita sembri ignobile e la verità immorale. Né avrei faticato molto ad aristocratizzarle facendole men piane, od a rammodernarle diluendo il colore sino alle nebulosità del simbolo; ma avrei mentito a me stesso e debbono rimanere così, perché così furono sentite da me e, al tempo loro, non sgradite a tutti; anzi, o m’illudo, aiutarono già a vincere qualche pregiudizio o inconsapevole ipocrisia di forma, asserendo che non è da schivare la schiettezza, sebben cruda, della parola o della frase là dove si voglia dire o rappresentare la verità…”. Bibliotecario presso l’università di Bologna, città dove visse e morì nel 1916, studiò giurisprudenza senza mai esercitare l’attività ed ivi, all’ apparenza, condusse una vita, per certi versi, persino un po’ borghese, sposandosi e generando due figli: Lina e Guido. La sua, tuttavia, è una personalità talmente eclettica che non si ridimensionerà mai a ruoli così stretti e scontati. Fervente seguace del Carducci, un mangiapreti, per dirla breve, collaborerà con diverse riviste e giornali, tra cui Cronaca Bizantina che, meglio di altri, fu sintesi del suo entourage culturale. Stecchetti è un artista ricco di satira ed autoironia, che non mancherà di celebrare in una parodia su se stesso; la sua scrittura si caratterizza in uno stile dal linguaggio elegante ed armonico ma spesso intriso di allusioni spinte e parole forti. I suoi sono versi che, prossimi ad una forma di verismo poetico, rilevano pure certe dirette ascendenze con Emilio Praga e la generazione degli scapigliati ed anche forti legami col decadentismo francese. Personaggio arguto e pieno di buon gusto, non solo nel sapiente calibrare una certa sua propensione per così dire osé (e, perché no, persino scandalosa) ma anche nella buona cucina. Non a caso, poco prima di morire, completerà “L’arte di utilizzare gli avanzi della mensa” e, con scanzonata disinvoltura, riuscirà, ancora una volta, a farsi gioco delle consuetudini di un’epoca dove un po’ tutto, e persino l’arte culinaria, era farcito dell’imperante moda dei francesismi. Del resto, non dimentichiamolo, erano questi i tempi in cui persino i fanti dormivano alla “bella stella” piuttosto che all’aperto… Presumibile, ma non scontata, la sua adesione alla massoneria in cui, a tutt’oggi, risulta il suo nominativo tra gli elenchi del Grande Oriente d’Italia in rete. Insomma, per dirla tutta, era un autentico laico, un liberale consono ai tempi: ardito, versatile ed irridente ma che, soprattutto, poco aveva in comune con amorfe e banali attitudini borghesi. Una personalità che, sicuramente, per i nostri avi più prossimi era sinonimo di testi proibiti, pura trasgressione intesa come celebrazione dell’umana dignità liberata dall’oscurantismo persecutorio della morale cattolica. Tra le sue passioni, sono state tramandate quella per la pipa, perenne sua compagna, unitamente alla fotografia, di cui fu fondatore e presidente di un circolo a Bologna e, non ultima, quella per la bicicletta, che amava ostentare beffando quanti ne fossero avversi, fino a coniare per loro uno specifico termine: quello di “ciclofobi”. Benché fosse nato a Forlì, considererà sempre il suo paese natale quello di famiglia, ovvero Sant’Alberto, in provincia di Ravenna, città dove ricoprirà anche l’incarico pubblico di assessore nella stagione tra il ‘73 ed il ‘74: interessante questa dichiarazione al riguardo: “Sono nato (ahimè) il 14 ottobre 1845 a Forlì; ma la mia vera patria è Sant’Alberto, 15 chilometri al nord di Ravenna, dove i miei avi hanno sempre vissuto. La ragione per cui sono nato fuori del nido paterno è questa. Il mio paese (a quel tempo regnava Papa Gregorio) non era che una lunga strada fangosa tra due fila di casupole, meno che nel centro costrutte di mattoni seccate al sole e coperte di canne palustri. Fuori, dove ora è campagna fiorente, non erano che stagni e paludi, focolai di malaria…” Notevole è stato il suo ruolo anche nella poesia dialettale, dove si esprimerà utilizzando sia il dialetto veneto che quello romagnolo; su quest’ultimo, il figlio Guido curerà una pubblicazione postuma nel ‘20 (“Sonetti Romagnoli”). Sarà proprio lui, una volta venuto meno Stecchetti, a curare l’immagine paterna donando dapprima la casa al comune di Ravenna e poi trasformandola in biblioteca. Meno considerevoli ma, tuttavia, ricche di un pregevole uso della lingua sono alcune sue prose come “Brandelli” del 1883 o “Brani di vita” del 1908. “Il canto dell’odio”, la prima delle poesie qui riportate, è certamente uno dei suoi testi più belli e rappresentativi, viscerale e truculenta ode di vendetta nei confronti della donna amata che lo rifiuta per concedersi ad altri. Un opuscolo intitolato “Il canto dell’odio ed altre poesie” è stato pubblicato da Ex Libris nel 1999 e contiene, oltre ai versi già menzionati nel titolo, diversi testi evidenziati tra quelli elencati a seguire (*). “Ebbro”, (*) tratto da “Postuma”, è tipico di una cultura anticlericale ben radicata durante l’epoca in cui venne a costituirsi la nostra patria (chissà cosa direbbero lui, il Carducci e quanti altri nel ridestarsi di questi tempi…). “No, non chiamarmi giovane” (*) mette bene in luce il suo sofferto dualismo interiore sottolineando, probabilmente, un non del tutto lineare relazionarsi col mondo femminile. “Primavera, che tu sia maledetta!” (*) referenzia un certo gusto maudit che, sia pure indirettamente, avvicina il poeta ai simbolisti francesi. “Nell’aria della sera umida e molle” (*) sono versi più mitigati e nondimeno malinconici, dal sapore agreste, dove Stecchetti si lascia andare preda di fugaci memorie. “Quando schizzan le sorche innamorate” (*) è una singolare poesia dedicata a Roma dove risaltano metafore molto forti e piene di buon gusto, ricca d’ intelligente sarcasmo e vivida decadenza. “Preghiera della sera” (*) è, nonostante tutto, ricca di una tensione metafisica nel regredire all’ infanzia a cui neppure Stecchetti potrà sottrarsi. “A certi giornalisti pudicissimi” (*) è una breve e sferzante parodia (ahinoi) più che mai attuale sull’ipocrisia imperante. “Fine”, posta a sigillo di “Adjecta”, è una possibile chiave alchemica che l’autore vuole lasciarci. “Viazz”, ultimo componimento elencato, testimonia, oltre l’ impegno nel dialetto romagnolo, la smisurata passione che il poeta nutriva nei confronti della bicicletta. Cos’altro aggiungere di personale se non il fatto che da anni faccio regolarmente uso di questo mezzo di trasporto in una caotica città come Roma e, se mi si consente, un briciolo di nostalgia per quei tempi andati… Enrico Pietrangeli * * * * * * * * * * * *
IL CANTO DELL'ODIO
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