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Sabato 15 novembre 2003

Note di poesia a cura di Enrico Pietrangeli
Lorenzo Stecchetti

Antologia breve di
Olindo Guerrini (1845 -1916)

Quello di Lorenzo Stecchetti è soltanto uno dei diversi pseudonimi usati da Olindo Guerrini ma resterà, nel tempo, il nome d’arte con cui si consegnerà ai posteri.

Il mio incontro con questo scrittore è stato del tutto fortuito, tutto aaccadde una domenica mattina degli anni Ottanta, mentre girovagavo nel chiarore delle prime luci dell’alba, nel celebre mercato romano di Porta Portese. A dire il vero ero, come da mia consuetudine, alla ricerca di dischi; ma scartabellando tra un’interessante catasta di libri, apparentemente antichi, mi sono saltate agli occhi le sue “Rime” nell’ edizione Zanichelli del 1903: una raccolta di tutti i suoi principali componimenti, a partire da “Postuma”.

È stato proprio leggendo la prefazione di quest’ultima, riportante la data dell’8 febbraio 1877 e la firma del Dott. Olindo Guerrini, che sono stato anch’io vittima di uno dei tanti suoi beffardi e provocatori tranelli. Si finge cugino dell’autore che dichiara, peraltro, morto di tisi a soli trent’anni e lo fa così bene da commuovere e rendere partecipe il lettore annoverando dettagli e circostanze: “Alle volte irrompeva a mezzo il riso incominciato e diventava improvvisamente serio. Molte cose che prima amava con tutto l’ardore della sua bella giovinezza, gli divennero indifferenti. Anche l’anima ammalava. Viaggiò. Gli avevano prescritto il clima di Napoli, ultimo rimedio che si consiglia ai disperati per tisi, a fine di prolungar loro l’agonia. E questa agonia fu per lui orribile, straziante. Non si potranno mai dire le profonde disperazioni di un’anima che a poco a poco si sente mancar tutto d’intorno. Ed egli che non sperava, cercava d’illudersi, voleva far credere a sé stesso di sperare ancora. Scriveva ad una donna: Mi si spezza la testa. Io son malato E la febbre mi brucia entro le vene. Sono debole, giallo, dimagrato, Ma quando penso a te mi sento bene; Ma quando penso a te cessa il dolore E la speranza mi ritorna in core. Per non soffrir così vorrei morire, Ma quando penso a te voglio guarire. Ma anche la speranza era fuggita”.

Ebbene, devo ammetterlo, nondimeno ho iniziato ad amare subito questo poeta, al di là di ogni suo giocoso sdoppiamento. Per meglio intenderlo, forse, sarebbe opportuno prestare attenzione anche al breve saluto, datato marzo 1903, con cui introduce questa sua antologia: “Lascio stampare questo volume di rime senza correggere le vecchie, benché ne vegga le grinze e non mi sfugga la reazione cristiana che, velata di impalpabilità liliali, vuol ridurci ad una rinuncia buddistica e rassegnata, cui la vita sembri ignobile e la verità immorale. Né avrei faticato molto ad aristocratizzarle facendole men piane, od a rammodernarle diluendo il colore sino alle nebulosità del simbolo; ma avrei mentito a me stesso e debbono rimanere così, perché così furono sentite da me e, al tempo loro, non sgradite a tutti; anzi, o m’illudo, aiutarono già a vincere qualche pregiudizio o inconsapevole ipocrisia di forma, asserendo che non è da schivare la schiettezza, sebben cruda, della parola o della frase là dove si voglia dire o rappresentare la verità…”.

Bibliotecario presso l’università di Bologna, città dove visse e morì nel 1916, studiò giurisprudenza senza mai esercitare l’attività ed ivi, all’ apparenza, condusse una vita, per certi versi, persino un po’ borghese, sposandosi e generando due figli: Lina e Guido. La sua, tuttavia, è una personalità talmente eclettica che non si ridimensionerà mai a ruoli così stretti e scontati. Fervente seguace del Carducci, un mangiapreti, per dirla breve, collaborerà con diverse riviste e giornali, tra cui Cronaca Bizantina che, meglio di altri, fu sintesi del suo entourage culturale.

Stecchetti è un artista ricco di satira ed autoironia, che non mancherà di celebrare in una parodia su se stesso; la sua scrittura si caratterizza in uno stile dal linguaggio elegante ed armonico ma spesso intriso di allusioni spinte e parole forti. I suoi sono versi che, prossimi ad una forma di verismo poetico, rilevano pure certe dirette ascendenze con Emilio Praga e la generazione degli scapigliati ed anche forti legami col decadentismo francese. Personaggio arguto e pieno di buon gusto, non solo nel sapiente calibrare una certa sua propensione per così dire osé (e, perché no, persino scandalosa) ma anche nella buona cucina.

Non a caso, poco prima di morire, completerà “L’arte di utilizzare gli avanzi della mensa” e, con scanzonata disinvoltura, riuscirà, ancora una volta, a farsi gioco delle consuetudini di un’epoca dove un po’ tutto, e persino l’arte culinaria, era farcito dell’imperante moda dei francesismi. Del resto, non dimentichiamolo, erano questi i tempi in cui persino i fanti dormivano alla “bella stella” piuttosto che all’aperto…

Presumibile, ma non scontata, la sua adesione alla massoneria in cui, a tutt’oggi, risulta il suo nominativo tra gli elenchi del Grande Oriente d’Italia in rete. Insomma, per dirla tutta, era un autentico laico, un liberale consono ai tempi: ardito, versatile ed irridente ma che, soprattutto, poco aveva in comune con amorfe e banali attitudini borghesi. Una personalità che, sicuramente, per i nostri avi più prossimi era sinonimo di testi proibiti, pura trasgressione intesa come celebrazione dell’umana dignità liberata dall’oscurantismo persecutorio della morale cattolica. Tra le sue passioni, sono state tramandate quella per la pipa, perenne sua compagna, unitamente alla fotografia, di cui fu fondatore e presidente di un circolo a Bologna e, non ultima, quella per la bicicletta, che amava ostentare beffando quanti ne fossero avversi, fino a coniare per loro uno specifico termine: quello di “ciclofobi”.

Benché fosse nato a Forlì, considererà sempre il suo paese natale quello di famiglia, ovvero Sant’Alberto, in provincia di Ravenna, città dove ricoprirà anche l’incarico pubblico di assessore nella stagione tra il ‘73 ed il ‘74: interessante questa dichiarazione al riguardo: “Sono nato (ahimè) il 14 ottobre 1845 a Forlì; ma la mia vera patria è Sant’Alberto, 15 chilometri al nord di Ravenna, dove i miei avi hanno sempre vissuto. La ragione per cui sono nato fuori del nido paterno è questa. Il mio paese (a quel tempo regnava Papa Gregorio) non era che una lunga strada fangosa tra due fila di casupole, meno che nel centro costrutte di mattoni seccate al sole e coperte di canne palustri. Fuori, dove ora è campagna fiorente, non erano che stagni e paludi, focolai di malaria…”

Notevole è stato il suo ruolo anche nella poesia dialettale, dove si esprimerà utilizzando sia il dialetto veneto che quello romagnolo; su quest’ultimo, il figlio Guido curerà una pubblicazione postuma nel ‘20 (“Sonetti Romagnoli”). Sarà proprio lui, una volta venuto meno Stecchetti, a curare l’immagine paterna donando dapprima la casa al comune di Ravenna e poi trasformandola in biblioteca. Meno considerevoli ma, tuttavia, ricche di un pregevole uso della lingua sono alcune sue prose come “Brandelli” del 1883 o “Brani di vita” del 1908.

“Il canto dell’odio”, la prima delle poesie qui riportate, è certamente uno dei suoi testi più belli e rappresentativi, viscerale e truculenta ode di vendetta nei confronti della donna amata che lo rifiuta per concedersi ad altri. Un opuscolo intitolato “Il canto dell’odio ed altre poesie” è stato pubblicato da Ex Libris nel 1999 e contiene, oltre ai versi già menzionati nel titolo, diversi testi evidenziati tra quelli elencati a seguire (*). “Ebbro”, (*) tratto da “Postuma”, è tipico di una cultura anticlericale ben radicata durante l’epoca in cui venne a costituirsi la nostra patria (chissà cosa direbbero lui, il Carducci e quanti altri nel ridestarsi di questi tempi…). “No, non chiamarmi giovane” (*) mette bene in luce il suo sofferto dualismo interiore sottolineando, probabilmente, un non del tutto lineare relazionarsi col mondo femminile. “Primavera, che tu sia maledetta!” (*) referenzia un certo gusto maudit che, sia pure indirettamente, avvicina il poeta ai simbolisti francesi. “Nell’aria della sera umida e molle” (*) sono versi più mitigati e nondimeno malinconici, dal sapore agreste, dove Stecchetti si lascia andare preda di fugaci memorie. “Quando schizzan le sorche innamorate” (*) è una singolare poesia dedicata a Roma dove risaltano metafore molto forti e piene di buon gusto, ricca d’ intelligente sarcasmo e vivida decadenza. “Preghiera della sera” (*) è, nonostante tutto, ricca di una tensione metafisica nel regredire all’ infanzia a cui neppure Stecchetti potrà sottrarsi. “A certi giornalisti pudicissimi” (*) è una breve e sferzante parodia (ahinoi) più che mai attuale sull’ipocrisia imperante. “Fine”, posta a sigillo di “Adjecta”, è una possibile chiave alchemica che l’autore vuole lasciarci. “Viazz”, ultimo componimento elencato, testimonia, oltre l’ impegno nel dialetto romagnolo, la smisurata passione che il poeta nutriva nei confronti della bicicletta. Cos’altro aggiungere di personale se non il fatto che da anni faccio regolarmente uso di questo mezzo di trasporto in una caotica città come Roma e, se mi si consente, un briciolo di nostalgia per quei tempi andati…

Enrico Pietrangeli

* * * * * * * * * * * *

IL CANTO DELL'ODIO

Quando tu dormirai dimenticata
sotto la terra grassa
e la croce di Dio sarà piantata
ritta sulla tua cassa,

Quando ti coleran marcie le gote
entro i denti malfermi
e nelle occhiaie tue fetenti e vuote
brulicheranno i vermi,

per te quel sonno che per altri è pace
sarà strazio novello
e un rimorso verrà freddo, tenace,
a morderti il cervello.

Un rimorso acutissimo ed atroce
verrà nella tua fossa
a dispetto di Dio, della sua croce,
a rosicchiarti l'ossa.

Io sarò quel rimorso. Io te cercando
entro la notte cupa,
lamia che fugge il dì, verrò latrando
come latra una lupa.

Io con quest'ugne scaverò la terra
per te fatta letame
e il turpe legno schioderò che serra
la tua carogna infame.

Oh, come nel tuo core ancor vermiglio
sazierò l'odio antico,
oh, con che gioia affonderò l'artiglio
nel tuo ventre impudico!

Sul tuo putrido ventre accoccolato
io poserò in eterno,
spettro della vendetta e del peccato,
spavento dell'inferno:

ed all'orecchio tuo che fu sì bello
sussurrerò implacato
detti che bruceranno il tuo cervello,
come un ferro infocato.

Quando tu mi dirai: perché mi mordi
e di velen m'imbevi?
Io ti risponderò: non ti ricordi
che bei capelli avevi?

Non ti ricordi dei capelli biondi
che ti coprian le spalle
e degli occhi nerissimi, profondi,
pieni di fiamme gialle?…

E delle audacie del tuo busto e della
opulenza dell'anca?
Non ti ricordi più com'eri bella,
provocatrice e bianca?

Ma non sei dunque tu che nudo il petto
agli occhi altrui porgesti
e, spumante Licisca, entro al tuo letto
passar la via facesti?

Ma non sei tu che agli ebbri ed ai soldati
spalancasti le braccia,
che discendesti a baci innominati
e a me ridesti in faccia?

Ed io t'amavo, ed io ti son caduto
pregando innanzi e, vedi,
quando tu mi guardavi, avrei voluto
morir sotto a' tuoi piedi.

Perché negare - a me che pur t'amavo -
uno sguardo gentile,
quando per te mi sarei fatto schiavo,
mi sarei fatto vile?

Perché m'hai detto no quando carponi
misericordia chiesi,
e sulla strada intanto i tuoi lenoni
aspettavan gl'inglesi?

Hai riso? Senti! Dal sepolcro cavo
questa tua rea carogna,
nuda la carne tua che tanto amavo
l'inchiodo sulla gogna,

e son la gogna i versi ov'io ti danno
al vituperio eterno,
a pene che rimpianger ti faranno
le pene dell'inferno.

Qui rimorir ti faccio, o maledetta,
piano, a colpi di spillo,
e la vergogna tua, la mia vendetta,
tra gli occhi ti sigillo.


EBBRO

Noi d'Epicuro i sacerdoti siamo
Noi la face d'amor lieta rischiara
Noi l'opulenta mensa abbiam per ara
E i cantici di Bacco al ciel leviamo

Frine con noi sacerdotessa abbiamo
Che i misteri del Dio caldi c'impara,
E di Pafo alla Dea libera e cara
I canti, i baci, i sacrifizi diamo.

Noi non abbiam per rito altro che il riso,
E non sognammo il travaglioso acquisto
D'una noia infinita in Paradiso;

ma l'uggia debelliam del secol tristo
In un femineo sen celando il viso,
Bevendo in fresco e bestemmiando Cristo


NO, NON CHIAMARMI GIOVANE

No, non chiamarmi giovane
perché i capelli miei son lunghi e biondi
e le mie guance floride
di molli carni e di color giocondi.

Son come il frutto fradicio
dentro e che serba il suo color di fuora.
donna, ti sembro giovane
e sono un morto che cammina ancora.

Chiusa per sempre ho l'anima
alle dolci lusinghe ed ai conforti.
Donna, non mi sorridere:
donna non mi tentar; rispetta i morti.


PRIMAVERA, CHE TU SIA MALEDETTA!

Primavera, che tu sia maledetta!
Che fra i rami de' tigli io la vedea
Allor che sola al suo balcon sedea
L'inverno a far l'amore e la calzetta.

Baciandoci cogli occhi, alla vedetta
Sempre stavamo il dì, né fronda rea
L'innocente baciar ci contendea…
Già difetto del tempo è la gran fretta!

E il mal tornato sole discioglie
L'amica neve e i tigli alla leggera
Aura del novo april metton le foglie.

Un fitto vel di fronde, una severa
Siepe di rami i baci suoi mi toglie…
Che tu sia maledetta, primavera!


NELL'ARIA DELLA SERA UMIDA E MOLLE

Nell'aria della sera umida e molle
era l'acuto odor de' campi arati
e noi salimmo insiem su questo colle
mentre il giallo stridea laggiù nei prati.

L'occhio tuo di colomba era levato
quasi muta preghiera al ciel stellato;

ed io che intesi quel che non dicevi
m'innamorai di te perché tacevi.


QUANDO SCHIZZAN LE SORCHE INNAMORATE

Quando schizzan le sorche innamorate
Dalle tue fogne, o Roma, ed alla smorta
Luce de' tuoi fanali, in sulla porta
Pipan le cortigiane inverniciate,

e giù per le straducce addormentate
Urlano gli ubriachi e nella morta
Nebbia che il sacro fiume al Ghetto porta
Fermentan le immondizie accumulate;

memorie di grandezza e di spavento,
moli di gloria e di vergogna piene,
io vi passo vicino e non vi sento.

Altro amor che di voi m'arde le vene!
Collatino non c'è, Bruto è contento
e Lucrezia m'aspetta e mi vuol bene.


PREGHIERA DELLA SERA

De' miei semplici padri antico Iddio,
se vana ombra non sei,
dio di mia madre in cui, fanciullo, anch'io
innocente credei;

se pur tu scruti col pensiero augusto
de' nostri cori il fondo,
se menzogna non è che tu sia giusto
con chi fu giusto al mondo,

guarda: dall'agonia patir gli orrori
ogni giorno mi tocca;
guarda l'anima mia di che dolori
e di che fiel trabocca!

Abbrevia tu se puoi le maledette
ore del mio soffrire,
avventami, mio Dio, le tue saette;
mio Dio, fammi morire.


A CERTI GIORNALISTI PUDICISSIMI

Pornografia? Sta bene:
ma siete voi sicuri
che il fine ognun misuri
dalle apparenze oscene?

E appunto a voi conviene
d'esser sprezzanti e duri
quando lo sanno i muri
che fondo vi mantiene?

Tartufi rugiadosi,
quanto prendete al mese
per essere virtuosi?
O di candor modello,
chi vi rifà le spese del gioco
e del bordello?


FINE

Son la fontana che nasce sui monti
limpida e gaia tra i sassi sonanti,
fresco ristoro di greggi vaganti,
vergine ancora di mura e di ponti

e che, ingrossata da torbide fonti,
bagna e feconda le valli aspettanti,
poi, ferma in larghe paludi stagnanti,
vapora febbri nei grigi tramonti;

indi travolta a città pestilenti,
livida inghiotte le salme dei vinti
e scalza e scuote le reggie possenti,

finché, gli spazi del mare raggiunti,
tra i flutti eterni del vento sospinti
si perde e gode l'oblio dei defunti.


VIAZZ

Da Ravenna a ruzzlessom a Milan,
Sempar in bicicletta, e pu in Piemont
Fena a e' mont Rosa, ch'l'è un vigliac d'un mont
D'un'altezza sparversa sora e' pian.
Al rapessom a pé st'e' fiol d'un can
E, calè zo, fassessom dietro front
E da la Lumbardì, fa pu e' tu cont,
Ch'a travarsessom nenca e' Venezian
Ui era al gross manovra e par quest
As la gambessom par scansè l'intrig
D'la porbia, d'i cariagg e d'tott e' rest
E icsé, dop avè fatt tanti fadigh,
Arrivessom tott du fena a Triest
Indov ch'fa sbocia i nostra bon amigh.

 

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