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Venerdì, 4 Settembre 2004

spacerLa sfida della laicità
di Elisa Borghi


Palazzi: “Per l’Italia auspico un laicismo anglosassone”

Shaykh Abdul Hadi Palazzi è il presidente dell’Assemblea Musulmana d'Italia, una struttura islamica non integralista basata a Roma. L’opinione lo ha intervistato su tematiche di stretta attualità quali l’applicazione del principio di laicità e la possibilità di esibire simboli religiosi nelle scuole.

Cosa pensa della politica francese dell’immigrazione?
Penso che la politica Mediorientale e dell’immigrazione francese sia disastrosa. Mi auguro quindi che il governo italiano non segua questo esempio. La Francia ha adottato misure che incrementano il ruolo degli integralisti all’interno della comunità islamica francese, rendendoli compatti e coesi. E questo è uno degli errori più gravi che l’Italia potrebbe fare.

Non auspica che nel nostro paese si crei un dibattito, se non una commissione simile alla francese Stasi, per discutere della laicità?
Bisogna fare attenzione a cosa intendiamo per laicità. Il principio della laicità inteso in maniera anglosassone è fondato sulla non interferenza dello stato in materia di religione, e sulla tutela della libertà di religione dei cittadini. C’è poi un tipo di laicità di scuola francese, che impone il laicismo come una sorta di religione, con le armi della guerra di religione. Di fatto il liberalismo anglosassone si è formato in maniera politica, quello francese con il terrore. Anche il laicismo può diventare integralista quando significa solo limitare la libertà di religione dei cittadini. Che il governo decida come devono abbigliarsi i francesi non è giusto.

Auspica per l’Italia un laicismo anglosassone?
Credo che il laicismo di natura adeguata sia quello anglosassone. Negli Usa gli unici limiti alla libertà di abbigliarsi sono quelli imposti dall’igiene e dalla pubblica decenza. Il sistema anglosassone prevede che se un cittadino si presenta rapato e vestito da monaco buddista al lavoro questo è un suo diritto e non dovrebbero penalizzarlo. È diritto di libertà di coscienza, rispetto al quale lo stato non può intervenire. Nel momento in cui la libertà di culto non viola la legge penso che uno stato che non sia integralista o ideologico ma davvero liberale, al servizio del cittadino, debba tutelarlo anche nel suo diritto di abbigliarsi secondo la propria coscienza e ideologia. Il governo degli Stati Uniti non legifererà mai in materia di religione, non dirà mai ai cittadini in che cosa credere o non credere, a meno che non si crei un contrasto con l’ordine pubblico.

Auspica quindi che in materia non si legiferi?
Sì, anche perché questo porterebbe ad una discriminazione nei confronti dei cittadini. C’è già una disposizione di polizia giudiziaria che impedisce di circolare a volto coperto. Se qualcuno volesse quindi adottare il burqa di tipo afgano in Italia, in quel caso le autorità dovrebbero proibirlo perché viola il principio dell’identificabilità della persona. Ma se una suora desidera vestirsi da suora lo stato deve difendere il suo diritto di cittadino.

Sì anche al velo nelle scuole?
Certo. Il velo nelle scuole è già un diritto garantito. In Italia non ci sono mai stati sollevati problemi di questo genere, anzi c’è una disposizione del Viminale che espressamente autorizza il velo purché non impedisca di vedere il viso.

Cosa pensa delle polemiche seguite alle dichiarazioni del presidente del Senato, Marcello Pera, che ha invitato l’Occidente a fare fronte unico contro il terrorismo?
L’unità dell’Occidente contro terrorismo è necessaria. Purtroppo continuo a vedere degli interessi contrapposti e credo che la forza del terrorismo sia dovuta anche al fatto che i paesi che sono presi di mira dai terroristi sono divisi. Manca il coordinamento. E non solo fra Stati Uniti e Francia. Auspico che sia possibile realizzarlo, ma nella situazione attuale prevalgono altri interessi, quelli di chi vorrebbe un’Europa vicina ai dittatori del mondo arabo e lontana dall’Alleanza atlantica.

****************

Pubblichiamo alcuni stralci del libro “Rapporto sulla laicità” edito da “Libri Scheiwiller” (Euro 12). Il volume riporta per interno il rapporto della “Commissione francese di riflessione sul principio di laicità nella Repubblica”, nota come Commissione Stasi e, fra gli altri, ospita gli interventi di Joseph Sitruk, gran rabbino di Francia, di monsignoir Jean-Pierre Ricard, e una lettera inviata dal presidente Jacques Chirac ai musulmani di Francia. Il libro condensa i toni dell’intenso dibattito che coinvolge non solo la società francese ma anche quella europea e mondiale sull’uso del velo islamico e l’esibizione dei simboli religiosi nelle scuole.

Affermare una laicità stabile e capace di unire
La Commissione ritiene che il principio di laicità, frutto della storia e di un apprendistato centenario, ha permesso alla Francia, terra di diversità culturali e spirituali, di raggiungere un equilibrio che sarebbe inutile, se non addirittura pericoloso, tentare di spezzare. La legge del 1905 deve rimanere un fondamento della convivenza in Francia. La Laicità deve far sì che si continuino a rispettare la libertà di coscienza e l’eguaglianza di ogni essere umano. È per questo che l’emergere di nuove pratiche religiose richiede una rinnovata applicazione del principio di laicità.

Riprendere il principio di laicità
Il primo luogo dove apprendere i valori repubblicani è e deve rimanere la scuola. Insegnanti e allievi hanno solo da guadagnare ed approfondire il principio di laicità. La Commissione ha registrato con soddisfazione la creazione di due nuovi corsi all’interno degli Istituti universitari per la formazione degli insegnanti: uno sulla filosofia della laicità e i valori della Repubblica, l’altro sull’insegnamento della religione e la deontologia laica. Questi corsi dovranno essere diffusi su ampia scala (...). Sulla facciata di ogni nuovo edificio scolastico deve figurare il motto repubblicano liberté, fraternité, egalité, il quale dovrà apparire nel capitolato del progetto di costruzione (...)
Bisognerebbe istituire un servizio civile che favorisca il rimescolamento sociale. In mancanza di ciò, il principio di laicità dovrà essere riaffermato in occasione di giornate di raduni giovanili.

Lottare contro le discriminazioni sociali
Ogni forma di estremismo comunitarista trova terreno fertile nella cattiva gestione della vita sociale. La laicità acquista senso e significato solo se su tutto il territorio nazionale vengono garantite le pari opportunità, se le diverse storie sui cui si basa la comunità nazionale vengono riconosciute e se le molteplici identità in essa presenti vengono rispettate (,,,).

Sopprimere le discriminazioni indotte dalle politiche pubbliche
Paradossalmente, lo Stato non ha ancora rispettato totalmente quelli che sono i suoi obblighi in materia di accesso al servizio pubblico dell’istruzione (...). In alcuni Comuni di campagna, le famiglie sono ad esempio obbligate a scolarizzare i loro figli in istituti privati convenzionati, in quanto la scuola pubblica non è presente sul territorio (...). A partire dagli anni Settanta del XX secolo, vale a dire in un’epoca in cui si credeva che i flussi migratori sarebbero stati temporanei, la Francia ha firmato accordi bilaterali con Algeria, Spagna, Italia, Marocco, Portogallo, Serbia, Montenegro, Tunisia e Turchia per garantire un insegnamento delle lingue e delle culture d’origine (Elco) ai figli delle popolazioni immigrate. Da allora, gli accordi cui fanno riferimento gli Stati aderenti alla Elco vengono regolarmente prorogati.

La Commissione constata peraltro che, sulla base di questo diritto alla differenza, si sta mettendo sempre più a rischio quello che è il dovere di appartenenza. Questa forma di insegnamento, strettamente legata alla logica comunitaria, viene impartita da insegnanti stranieri pagati dal paese d’origine, che si rivolgono a giovani che spesso hanno la nazionalità francese o sono comunque decisi a stabilirsi definitivamente in Francia. L’adozione di un sistema del genere va generalmente contro l’integrazione dei giovani immigrati, la promozione della lingua francese e la valorizzazione dell’insegnamento dell’arabo, del turco e di altre lingue.

La Commissione raccomanda che l’Elco vada gradualmente scomparendo per essere sostituito con il normale insegnamento delle lingue vive (...). La società francese non può accettare di subire attacchi all’eguaglianza e al mescolamento di individui di religione o sesso diversi. Il rifiuto della mescolanza nei luoghi pubblici, in particolare negli impianti sportivi, è da considerarsi come un grave attentato al principio di eguaglianza. Non opporsi a ciò significherebbe piegarsi a una logica inaccettabile. L’accesso al pubblico negli impianti non deve essere in alcun modo fondato su criteri discriminatori legati al sesso o alla religione (...).

Rispettare la diversità
“In moschea, per lo meno, sento di esistere!” Questa affermazione-avvertimento, registrata dalla Commissione, suona come un vero e proprio fallimento della politica d’integrazione attuata negli ultimi vent’anni. Bisogna combattere l’ignoranza e i pregiudizi esistenti sulle diverse componenti della storia francese e sul fenomeno dell’immigrazione. Nei programmi scolastici non esiste l’insegnamento della storia della schiavitù, così come non esiste quello della storia della colonizzazione e della decolonizzazione. Ed è scarso anche il rilievo dato alla storia dell’immigrazione. Queste sono materie d’insegnamento che dovrebbero essere autorevolmente inserite nei programmi delle scuole inferiori e superiori, sia nella Francia metropolitana sia nei dipartimenti e nei territori d’oltremare (...).

Far vivere i principi della Repubblica
Il dibattito pubblico si è incendiato con la polemica sull’uso del velo islamico all’interno della scuola. Le audizioni della Commissione effettuate su questo argomento hanno consentito di misurare la logica riduttrice e stigmatizzante di tale approccio, limitato a un puro segno esteriore e unicamente al suo uso nell’ambito scolastico: non solo la scuola, ma l’insieme dei servizi pubblici si trova in difficoltà nell’applicare il principio di laicità (sanità, giustizia, difesa); sono molteplici le minacce che insidiano globalmente il nostro edificio giuridico: dall’esibizione ostentatoria e a fini di proselitismo, sino alla messa in pericolo dei diritti della persona e delle libertà pubbliche.
Risulta pertanto indispensabile riaffermare regole che risultino chiare per tutti nell’ambito dei servizi pubblici. (...)

Difendere i servizi pubblici. La scuola
(...)Purtroppo in ormai troppe scuole i conflitti tra le diverse identità possono trasformarsi in fattori di violenza, provocando gravi attentati alle libertà individuali e causando disordini nell’ordine pubblico. La discussione pubblica si è imperniata sulla questione del velo islamico indossato dalle giovani e, in maniera più generica, sull’uso di segni e simboli religiosi e politici nella scuola. La Commissione ha voluto rilevare le diverse posizioni espresse dalle persone intervistate al riguardo:
- per coloro che lo indossano, il velo può assumere diversi significati. Talvolta si tratta di una scelta personale o, al contrario, di un’imposizione particolarmente odiosa per le giovanissime. L’uso del velo islamico a scuola è un fenomeno recente. Affermatosi nel mondo musulmano negli anni Settanta con l’emergere dei movimenti politico-religiosi fondamentalisti, si è manifestato in Francia solo a partire dalla fine degli anni Ottanta;

- per coloro che non lo indossano, il significato del velo islamico stigmatizza “la ragazza in età puberale o la donna come l’unica responsabile del desiderio dell’uomo”, visione, questa, che contravviene in maniera profonda al principio di eguaglianza tra uomo e donna;

- per l’insieme della comunità scolastica l’uso del velo è troppo spesso fonte di conflitti, divisioni e anche di sofferenze. Il carattere visibile di un segno religioso è percepito da molti come contrario a quello che è il compito della scuola, spazio neutrale in cui si deve sviluppare la coscienza critica. Ma è sentito anche come una minaccia per quei principi e valori che la scuola deve insegnare, tra cui l’eguaglianza tra uomo e donna.

La Commissione ha ascoltato i rappresentanti delle principali religioni e i vertici delle associazioni in difesa dei diritti dell’uomo che hanno manifestato le loro obiezioni circa l’istituzione dl una legge che vieti l’uso dei segni religiosi. I motivi del rifiuto della legge addotti sono i seguenti:
- stigmatizzazione dei musulmani;
- inasprimento del sentimento antireligioso;
- immagine della Francia all’estero come paese “liberticida”;
- incoraggiamento alla descolarizzazione e aumento delle scuole di confessione musulmana.
Sono state inoltre sottolineate le difficoltà di applicazione in cui si incorrerebbe con la creazione di una simile legge. La giurisprudenza del Consiglio di Stato ha ormai raggiunto una certa stabilità, e una legge non farebbe altro che spezzare tale equilibrio.

D’altro canto, sono molti a ritenere invece necessaria l’emanazione di una nuova legge, e tra questi vi sono la quasi totalità dei dirigenti scolastici e un altissimo numero di professori. La Commissione è stata molto sensibile di fronte allo smarrimento espresso da questi gruppi. Scarsamente attrezzati al riguardo, si sentono soli nel dover affrontare l’eterogeneità della situazione e la pressione esercitata dai rapporti di forza locali. Contestano le cifre ufficiali che minimizzano le difficoltà riscontrate sul territorio; sottolineano le tensioni suscitate dalle rivendicazioni di identità culturale e religiosa o dal formarsi di clan, ad esempio di gruppi etnici o comunitaristi nei cortili o nelle mense scolastiche.

Tutti sono concordi nell’esprimere il bisogno di avere un chiaro quadro di riferimento, una normativa a livello nazionale che venga emanata e sostenuta dal potere politico e che sia pertanto preceduta da un dibattito dei rappresentanti nazionali. Vi è da parte loro l’esplicita richiesta di una legge che vieti l’esibizione di qualsiasi segno o simbolo visibile del proprio credo, in modo tale che il responsabile dell’istituto non si trovi a dover stabilire da solo se quello che ha di fronte è o non è un segno ostentato. La Commissione ha inoltre interpellato vari responsabili politici e numerosi dirigenti di associazioni locali. Anche loro, come gli insegnanti, hanno rilanciato la richiesta di aiuto per le tantissime donne e ragazze provenienti da quella fascia di immigrazione che risiede nei quartieri periferici.

Presentate come la “maggioranza silenziosa”, queste donne sono vittime di pressioni esercitate nell’ambito famigliare o nel quartiere e hanno bisogno di essere protette; a tal fine è necessario che i pubblici poteri diano un segnale forte ai gruppi islamici. Dopo aver preso in considerazione tutte le posizioni, la Commissione ritiene che oggi la questione non verta più sulla libertà di coscienza, quanto piuttosto sull’ordine pubblico. Il contesto è cambiato in pochi anni. Le tensioni e gli scontri che avvengono negli istituti scolastici sulle questioni religiose sono ormai troppo frequenti. Non si riesce più a garantire il normale svolgimento delle lezioni. Vengono esercitate pressioni sulle minorenni per costringerle a portare un segno della loro religione. Talvolta è l’ambiente famigliare o sociale a imporre loro scelte che, potendo decidere autonomamente, non farebbero.

La Repubblica non può restare sorda al grido d’aiuto che proviene da queste giovani. E necessario che lo spazio scolastico rimanga per loro un luogo di libertà e di emancipazione. Per questo motivo, la Commissione propone di inserire in un testo di legge relativo alla laicità la seguente disposizione: “Nel rispetto della libertà di coscienza e del carattere proprio degli istituti privati convenzionati, nelle scuole inferiori e superiori è vietato ogni abbigliamento o segno che renda manifesta la propria appartenenza religiosa o politica. I provvedimenti saranno proporzionati alla trasgressione commessa e verranno adottati dopo aver invitato l’allievo a conformarsi ai suoi obblighi."

Questa disposizione andrà necessariamente unita al seguente passo che ne spiega i motivi: “L’abbigliamento e i segni religiosi vietati sono quelli ostentatori, vale a dire le grandi croci, il velo islamico e la kippà. Non vengono ritenuti segni che rendono manifesta un’appartenenza religiosa segni discreti quali medaglie, piccole croci, stelle di David, mani di Fatima o piccoli Corani”. Questa proposta è stata adottata dalla Commissione con l’unanimità dei presenti meno un astenuto.

Conclusioni
La legge del 9 dicembre 1905 sancisce la separazione tra Chiesa e Stato. Oggi la questione laica non si pone più negli stessi termini. Sotto l’effetto dell’immigrazione, la società francese è diventata, in un secolo, diversa sia sul piano spirituale sia su quello religioso.
Attualmente, la posta in gioco è quella di dare alle nuove religioni lo spazio di cui necessitano e di riuscire, nel contempo, a operare l’integrazione e a lottare contro le strumentalizzazioni politico-religiose. Si tratta di conciliare l’unità nazionale e il rispetto della diversità. Proprio per il fatto di garantire la vita in comune, la laicità è sempre più attuale.

La convivenza è ormai l’aspetto essenziale. Per questo motivo, indipendentemente dalle proprie scelte spirituali, tutti devono poter beneficiare della libertà di coscienza, della parità dei diritti e della neutralità del potere politico. Lo Stato ha l’obbligo di ribadire regole severe, affinché possa essere garantita la convivenza in una società pluralista. La laicità francese oggi richiede che vengano rafforzati i principi che la reggono, in modo da aiutare i servizi pubblici e di assicurare il rispetto della diversità spirituale. A tal fine, lo Stato ha il compito di ribadire gli obblighi cui devono adeguarsi le Amministrazioni, sopprimere le pratiche pubbliche discriminatorie e adottare regole solide e chiare nel quadro di una legge sulla laicità.
Definizione degli obblighi ai quali le amministrazioni devono attenersi.
Contrastare in maniera decisa il razzismo e l’antisemitismo.

Chiedere, a tale proposito, che le Amministrazioni agiscano con grande fermezza, in particolare nel settore della pubblica istruzione.
Fare sì che vengano rigorosamente rispettate le regole dell’obbligo scolastico e il contenuto dei programmi. Fare della laicità il tema principale dell’istruzione civica, in particolare in occasione di una “giornata della Repubblica”. Garantire un miglior insegnamento del fatto religioso. Invitare le Amministrazioni pubbliche a prevedere cibi sostitutivi nelle mense pubbliche. Adottare solennemente una “carta della laicità” da distribuire in varie occasioni, come la consegna del certificato elettorale; la formazione iniziale dei dipendenti pubblici; la riapertura delle scuole; l’accoglienza degli immigrati, anche quando non esiste un contratto di accoglienza e di integrazione; l’acquisizione della nazionalità. La Commissione auspica che tale carta venga anche affissa nei luoghi pubblici predisposti.

Inserire la laicità nei programmi delle giornate di difesa nazionale. Invitare le Amministrazioni a tenere conto delle esigenze religiose funebri. Soppressione delle pratiche pubbliche discriminanti. Incoraggiare la distruzione dei ghetti urbani tramite la riorganizzazione delle città. Rendere possibile l’accesso alla scuola pubblica in tutti i Comuni. Dare la priorità, nei Comuni, agli impianti sportivi che favoriscono il mescolamento sociale. Nell’Alsazia Mosella includere l’insegnamento della religione islamica tra gli insegnamenti religiosi proposti, e lasciare agli allievi la libertà di scegliere se seguire o meno un insegnamento religioso.

Sopprimere i corsi di lingue e culture d origine (Elco) e sostituirli progressivamente con l’insegnamento delle lingue vive. Bisogna anche prevedere l’insegnamento di lingue nuove non di Stato, come ad esempio il berbero e il curdo. Sviluppare l’apprendimento della lingua araba nel quadro della pubblica istruzione e non solo all’interno delle scuole coraniche. Garantire un insegnamento completo della nostra storia facendo in modo che esso comprenda la storia della schiavitù, della colonizzazione, della decolonizzazione e dell’immigrazione. Riequilibrare il sostegno fornito alle varie associazioni a vantaggio di quelle culturali. Assumere cappellani musulmani nell’esercito e nelle prigioni. Istituire un’autorità garante contro le discriminazioni. Dare alle correnti del libero pensiero e a quelle umaniste-razionaliste pari opportunità dl accesso alle trasmissioni televisive del servizio pubblico.

Adozione di una legge sulla laicità
Questa legge avrebbe una doppia valenza: permettere, da un lato, di precisare le regole di funzionamento dei servizi pubblici e delle imprese; garantire dall’altro la diversità spirituale all’interno del nostro paese.

Funzionamento dei servizi pubblici
Riaffermare l’assoluto rispetto del principio di neutralità da parte di tutti i dipendenti pubblici. Includere l’obbligo di neutralità del personale nei contratti stipulati con le imprese delegatarie di pubblico servizio e con quelle che partecipano al servizio pubblico. Precisare, di contro, che i dipendenti pubblici non possono essere ricusati per motivi di sesso, razza, religione o pensiero. Prevedere che gli utenti dei servizi pubblici debbano conformarsi alle esigenze di funzionamento del servizio pubblico. Adottare per la scuola la seguente disposizione: “Nel rispetto della libertà di coscienza e del carattere che è proprio degli istituti privati convenzionati, nelle scuole inferiori e superiori è vietato ogni abbigliamento o segno che renda manifesta la propria appartenenza religiosa o politica. I provvedimenti saranno proporzionati alla trasgressione commessa e verranno adottati dopo aver invitato l’allievo a conformarsi ai suoi obblighi”. (...).

Completare la legge ospedaliera per ricordare agli utenti i loro obblighi, in particolare il divieto di ricusare personale medico e paramedico o di non attenersi al rispetto delle regole igienico-sanitarie e di salute pubblica. Introdurre nel Codice del lavoro un articolo che permetta alle aziende di inserire nel loro regolamento interno disposizioni relative all’abbigliamento e all’uso di segni religiosi per esigenze di sicurezza e di contatto con la clientela, ma anche per la pace sociale interna all’azienda. (...)

Elisa Borghi
borghi@opinione.it


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