La sfida della laicità
di Elisa Borghi
Palazzi: “Per l’Italia auspico un
laicismo anglosassone”
Shaykh Abdul Hadi Palazzi è il presidente dell’Assemblea
Musulmana d'Italia, una struttura islamica non integralista basata a
Roma. L’opinione lo ha intervistato su tematiche di stretta
attualità quali l’applicazione del principio di laicità e la
possibilità di esibire simboli religiosi nelle scuole.
Cosa pensa della politica francese dell’immigrazione?
Penso che la politica Mediorientale e dell’immigrazione francese sia
disastrosa. Mi auguro quindi che il governo italiano non segua
questo esempio. La Francia ha adottato misure che incrementano il
ruolo degli integralisti all’interno della comunità islamica
francese, rendendoli compatti e coesi. E questo è uno degli errori
più gravi che l’Italia potrebbe fare.
Non auspica che nel nostro paese si crei un dibattito, se non una
commissione simile alla francese Stasi, per discutere della laicità?
Bisogna fare attenzione a cosa intendiamo per laicità. Il principio
della laicità inteso in maniera anglosassone è fondato sulla non
interferenza dello stato in materia di religione, e sulla tutela
della libertà di religione dei cittadini. C’è poi un tipo di laicità
di scuola francese, che impone il laicismo come una sorta di
religione, con le armi della guerra di religione. Di fatto il
liberalismo anglosassone si è formato in maniera politica, quello
francese con il terrore. Anche il laicismo può diventare
integralista quando significa solo limitare la libertà di religione
dei cittadini. Che il governo decida come devono abbigliarsi i
francesi non è giusto.
Auspica per l’Italia un laicismo anglosassone?
Credo che il laicismo di natura adeguata sia quello anglosassone.
Negli Usa gli unici limiti alla libertà di abbigliarsi sono quelli
imposti dall’igiene e dalla pubblica decenza. Il sistema
anglosassone prevede che se un cittadino si presenta rapato e
vestito da monaco buddista al lavoro questo è un suo diritto e non
dovrebbero penalizzarlo. È diritto di libertà di coscienza, rispetto
al quale lo stato non può intervenire. Nel momento in cui la libertà
di culto non viola la legge penso che uno stato che non sia
integralista o ideologico ma davvero liberale, al servizio del
cittadino, debba tutelarlo anche nel suo diritto di abbigliarsi
secondo la propria coscienza e ideologia. Il governo degli Stati
Uniti non legifererà mai in materia di religione, non dirà mai ai
cittadini in che cosa credere o non credere, a meno che non si crei
un contrasto con l’ordine pubblico.
Auspica quindi che in materia non si legiferi?
Sì, anche perché questo porterebbe ad una discriminazione nei
confronti dei cittadini. C’è già una disposizione di polizia
giudiziaria che impedisce di circolare a volto coperto. Se qualcuno
volesse quindi adottare il burqa di tipo afgano in Italia, in quel
caso le autorità dovrebbero proibirlo perché viola il principio
dell’identificabilità della persona. Ma se una suora desidera
vestirsi da suora lo stato deve difendere il suo diritto di
cittadino.
Sì anche al velo nelle scuole?
Certo. Il velo nelle scuole è già un diritto garantito. In Italia
non ci sono mai stati sollevati problemi di questo genere, anzi c’è
una disposizione del Viminale che espressamente autorizza il velo
purché non impedisca di vedere il viso.
Cosa pensa delle polemiche seguite alle dichiarazioni del
presidente del Senato, Marcello Pera, che ha invitato l’Occidente a
fare fronte unico contro il terrorismo?
L’unità dell’Occidente contro terrorismo è necessaria. Purtroppo
continuo a vedere degli interessi contrapposti e credo che la forza
del terrorismo sia dovuta anche al fatto che i paesi che sono presi
di mira dai terroristi sono divisi. Manca il coordinamento. E non
solo fra Stati Uniti e Francia. Auspico che sia possibile
realizzarlo, ma nella situazione attuale prevalgono altri interessi,
quelli di chi vorrebbe un’Europa vicina ai dittatori del mondo arabo
e lontana dall’Alleanza atlantica.
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Pubblichiamo alcuni stralci del libro “Rapporto sulla laicità” edito
da “Libri Scheiwiller” (Euro 12). Il volume riporta per interno il
rapporto della “Commissione francese di riflessione sul principio di
laicità nella Repubblica”, nota come Commissione Stasi e, fra gli
altri, ospita gli interventi di Joseph Sitruk, gran rabbino di
Francia, di monsignoir Jean-Pierre Ricard, e una lettera inviata dal
presidente Jacques Chirac ai musulmani di Francia. Il libro condensa
i toni dell’intenso dibattito che coinvolge non solo la società
francese ma anche quella europea e mondiale sull’uso del velo
islamico e l’esibizione dei simboli religiosi nelle scuole.
Affermare una laicità stabile e capace di unire
La Commissione ritiene che il principio di laicità, frutto della
storia e di un apprendistato centenario, ha permesso alla Francia,
terra di diversità culturali e spirituali, di raggiungere un
equilibrio che sarebbe inutile, se non addirittura pericoloso,
tentare di spezzare. La legge del 1905 deve rimanere un fondamento
della convivenza in Francia. La Laicità deve far sì che si
continuino a rispettare la libertà di coscienza e l’eguaglianza di
ogni essere umano. È per questo che l’emergere di nuove pratiche
religiose richiede una rinnovata applicazione del principio di
laicità.
Riprendere il principio di laicità
Il primo luogo dove apprendere i valori repubblicani è e deve
rimanere la scuola. Insegnanti e allievi hanno solo da guadagnare ed
approfondire il principio di laicità. La Commissione ha registrato
con soddisfazione la creazione di due nuovi corsi all’interno degli
Istituti universitari per la formazione degli insegnanti: uno sulla
filosofia della laicità e i valori della Repubblica, l’altro
sull’insegnamento della religione e la deontologia laica. Questi
corsi dovranno essere diffusi su ampia scala (...). Sulla facciata
di ogni nuovo edificio scolastico deve figurare il motto
repubblicano liberté, fraternité, egalité, il quale dovrà apparire
nel capitolato del progetto di costruzione (...)
Bisognerebbe istituire un servizio civile che favorisca il
rimescolamento sociale. In mancanza di ciò, il principio di laicità
dovrà essere riaffermato in occasione di giornate di raduni
giovanili.
Lottare contro le discriminazioni sociali
Ogni forma di estremismo comunitarista trova terreno fertile nella
cattiva gestione della vita sociale. La laicità acquista senso e
significato solo se su tutto il territorio nazionale vengono
garantite le pari opportunità, se le diverse storie sui cui si basa
la comunità nazionale vengono riconosciute e se le molteplici
identità in essa presenti vengono rispettate (,,,).
Sopprimere le discriminazioni indotte dalle politiche pubbliche
Paradossalmente, lo Stato non ha ancora rispettato totalmente quelli
che sono i suoi obblighi in materia di accesso al servizio pubblico
dell’istruzione (...). In alcuni Comuni di campagna, le famiglie
sono ad esempio obbligate a scolarizzare i loro figli in istituti
privati convenzionati, in quanto la scuola pubblica non è presente
sul territorio (...). A partire dagli anni Settanta del XX secolo,
vale a dire in un’epoca in cui si credeva che i flussi migratori
sarebbero stati temporanei, la Francia ha firmato accordi bilaterali
con Algeria, Spagna, Italia, Marocco, Portogallo, Serbia,
Montenegro, Tunisia e Turchia per garantire un insegnamento delle
lingue e delle culture d’origine (Elco) ai figli delle popolazioni
immigrate. Da allora, gli accordi cui fanno riferimento gli Stati
aderenti alla Elco vengono regolarmente prorogati.
La Commissione constata peraltro che, sulla base di questo diritto
alla differenza, si sta mettendo sempre più a rischio quello che è
il dovere di appartenenza. Questa forma di insegnamento,
strettamente legata alla logica comunitaria, viene impartita da
insegnanti stranieri pagati dal paese d’origine, che si rivolgono a
giovani che spesso hanno la nazionalità francese o sono comunque
decisi a stabilirsi definitivamente in Francia. L’adozione di un
sistema del genere va generalmente contro l’integrazione dei giovani
immigrati, la promozione della lingua francese e la valorizzazione
dell’insegnamento dell’arabo, del turco e di altre lingue.
La Commissione raccomanda che l’Elco vada gradualmente scomparendo
per essere sostituito con il normale insegnamento delle lingue vive
(...). La società francese non può accettare di subire attacchi
all’eguaglianza e al mescolamento di individui di religione o sesso
diversi. Il rifiuto della mescolanza nei luoghi pubblici, in
particolare negli impianti sportivi, è da considerarsi come un grave
attentato al principio di eguaglianza. Non opporsi a ciò
significherebbe piegarsi a una logica inaccettabile. L’accesso al
pubblico negli impianti non deve essere in alcun modo fondato su
criteri discriminatori legati al sesso o alla religione (...).
Rispettare la diversità
“In moschea, per lo meno, sento di esistere!” Questa
affermazione-avvertimento, registrata dalla Commissione, suona come
un vero e proprio fallimento della politica d’integrazione attuata
negli ultimi vent’anni. Bisogna combattere l’ignoranza e i
pregiudizi esistenti sulle diverse componenti della storia francese
e sul fenomeno dell’immigrazione. Nei programmi scolastici non
esiste l’insegnamento della storia della schiavitù, così come non
esiste quello della storia della colonizzazione e della
decolonizzazione. Ed è scarso anche il rilievo dato alla storia
dell’immigrazione. Queste sono materie d’insegnamento che dovrebbero
essere autorevolmente inserite nei programmi delle scuole inferiori
e superiori, sia nella Francia metropolitana sia nei dipartimenti e
nei territori d’oltremare (...).
Far vivere i principi della Repubblica
Il dibattito pubblico si è incendiato con la polemica sull’uso del
velo islamico all’interno della scuola. Le audizioni della
Commissione effettuate su questo argomento hanno consentito di
misurare la logica riduttrice e stigmatizzante di tale approccio,
limitato a un puro segno esteriore e unicamente al suo uso
nell’ambito scolastico: non solo la scuola, ma l’insieme dei servizi
pubblici si trova in difficoltà nell’applicare il principio di
laicità (sanità, giustizia, difesa); sono molteplici le minacce che
insidiano globalmente il nostro edificio giuridico: dall’esibizione
ostentatoria e a fini di proselitismo, sino alla messa in pericolo
dei diritti della persona e delle libertà pubbliche.
Risulta pertanto indispensabile riaffermare regole che risultino
chiare per tutti nell’ambito dei servizi pubblici. (...)
Difendere i servizi pubblici. La scuola
(...)Purtroppo in ormai troppe scuole i conflitti tra le diverse
identità possono trasformarsi in fattori di violenza, provocando
gravi attentati alle libertà individuali e causando disordini
nell’ordine pubblico. La discussione pubblica si è imperniata sulla
questione del velo islamico indossato dalle giovani e, in maniera
più generica, sull’uso di segni e simboli religiosi e politici nella
scuola. La Commissione ha voluto rilevare le diverse posizioni
espresse dalle persone intervistate al riguardo:
- per coloro che lo indossano, il velo può assumere diversi
significati. Talvolta si tratta di una scelta personale o, al
contrario, di un’imposizione particolarmente odiosa per le
giovanissime. L’uso del velo islamico a scuola è un fenomeno
recente. Affermatosi nel mondo musulmano negli anni Settanta con
l’emergere dei movimenti politico-religiosi fondamentalisti, si è
manifestato in Francia solo a partire dalla fine degli anni Ottanta;
- per coloro che non lo indossano, il significato del velo islamico
stigmatizza “la ragazza in età puberale o la donna come l’unica
responsabile del desiderio dell’uomo”, visione, questa, che
contravviene in maniera profonda al principio di eguaglianza tra
uomo e donna;
- per l’insieme della comunità scolastica l’uso del velo è troppo
spesso fonte di conflitti, divisioni e anche di sofferenze. Il
carattere visibile di un segno religioso è percepito da molti come
contrario a quello che è il compito della scuola, spazio neutrale in
cui si deve sviluppare la coscienza critica. Ma è sentito anche come
una minaccia per quei principi e valori che la scuola deve
insegnare, tra cui l’eguaglianza tra uomo e donna.
La Commissione ha ascoltato i rappresentanti delle principali
religioni e i vertici delle associazioni in difesa dei diritti
dell’uomo che hanno manifestato le loro obiezioni circa
l’istituzione dl una legge che vieti l’uso dei segni religiosi. I
motivi del rifiuto della legge addotti sono i seguenti:
- stigmatizzazione dei musulmani;
- inasprimento del sentimento antireligioso;
- immagine della Francia all’estero come paese “liberticida”;
- incoraggiamento alla descolarizzazione e aumento delle scuole di
confessione musulmana.
Sono state inoltre sottolineate le difficoltà di applicazione in cui
si incorrerebbe con la creazione di una simile legge. La
giurisprudenza del Consiglio di Stato ha ormai raggiunto una certa
stabilità, e una legge non farebbe altro che spezzare tale
equilibrio.
D’altro canto, sono molti a ritenere invece necessaria l’emanazione
di una nuova legge, e tra questi vi sono la quasi totalità dei
dirigenti scolastici e un altissimo numero di professori. La
Commissione è stata molto sensibile di fronte allo smarrimento
espresso da questi gruppi. Scarsamente attrezzati al riguardo, si
sentono soli nel dover affrontare l’eterogeneità della situazione e
la pressione esercitata dai rapporti di forza locali. Contestano le
cifre ufficiali che minimizzano le difficoltà riscontrate sul
territorio; sottolineano le tensioni suscitate dalle rivendicazioni
di identità culturale e religiosa o dal formarsi di clan, ad esempio
di gruppi etnici o comunitaristi nei cortili o nelle mense
scolastiche.
Tutti sono concordi nell’esprimere il bisogno di avere un chiaro
quadro di riferimento, una normativa a livello nazionale che venga
emanata e sostenuta dal potere politico e che sia pertanto preceduta
da un dibattito dei rappresentanti nazionali. Vi è da parte loro
l’esplicita richiesta di una legge che vieti l’esibizione di
qualsiasi segno o simbolo visibile del proprio credo, in modo tale
che il responsabile dell’istituto non si trovi a dover stabilire da
solo se quello che ha di fronte è o non è un segno ostentato. La
Commissione ha inoltre interpellato vari responsabili politici e
numerosi dirigenti di associazioni locali. Anche loro, come gli
insegnanti, hanno rilanciato la richiesta di aiuto per le tantissime
donne e ragazze provenienti da quella fascia di immigrazione che
risiede nei quartieri periferici.
Presentate come la “maggioranza silenziosa”, queste donne sono
vittime di pressioni esercitate nell’ambito famigliare o nel
quartiere e hanno bisogno di essere protette; a tal fine è
necessario che i pubblici poteri diano un segnale forte ai gruppi
islamici. Dopo aver preso in considerazione tutte le posizioni, la
Commissione ritiene che oggi la questione non verta più sulla
libertà di coscienza, quanto piuttosto sull’ordine pubblico. Il
contesto è cambiato in pochi anni. Le tensioni e gli scontri che
avvengono negli istituti scolastici sulle questioni religiose sono
ormai troppo frequenti. Non si riesce più a garantire il normale
svolgimento delle lezioni. Vengono esercitate pressioni sulle
minorenni per costringerle a portare un segno della loro religione.
Talvolta è l’ambiente famigliare o sociale a imporre loro scelte
che, potendo decidere autonomamente, non farebbero.
La Repubblica non può restare sorda al grido d’aiuto che proviene da
queste giovani. E necessario che lo spazio scolastico rimanga per
loro un luogo di libertà e di emancipazione. Per questo motivo, la
Commissione propone di inserire in un testo di legge relativo alla
laicità la seguente disposizione: “Nel rispetto della libertà di
coscienza e del carattere proprio degli istituti privati
convenzionati, nelle scuole inferiori e superiori è vietato ogni
abbigliamento o segno che renda manifesta la propria appartenenza
religiosa o politica. I provvedimenti saranno proporzionati alla
trasgressione commessa e verranno adottati dopo aver invitato
l’allievo a conformarsi ai suoi obblighi."
Questa disposizione andrà necessariamente unita al seguente passo
che ne spiega i motivi: “L’abbigliamento e i segni religiosi vietati
sono quelli ostentatori, vale a dire le grandi croci, il velo
islamico e la kippà. Non vengono ritenuti segni che rendono
manifesta un’appartenenza religiosa segni discreti quali medaglie,
piccole croci, stelle di David, mani di Fatima o piccoli Corani”.
Questa proposta è stata adottata dalla Commissione con l’unanimità
dei presenti meno un astenuto.
Conclusioni
La legge del 9 dicembre 1905 sancisce la separazione tra Chiesa e
Stato. Oggi la questione laica non si pone più negli stessi termini.
Sotto l’effetto dell’immigrazione, la società francese è diventata,
in un secolo, diversa sia sul piano spirituale sia su quello
religioso.
Attualmente, la posta in gioco è quella di dare alle nuove religioni
lo spazio di cui necessitano e di riuscire, nel contempo, a operare
l’integrazione e a lottare contro le strumentalizzazioni
politico-religiose. Si tratta di conciliare l’unità nazionale e il
rispetto della diversità. Proprio per il fatto di garantire la vita
in comune, la laicità è sempre più attuale.
La convivenza è ormai l’aspetto essenziale. Per questo motivo,
indipendentemente dalle proprie scelte spirituali, tutti devono
poter beneficiare della libertà di coscienza, della parità dei
diritti e della neutralità del potere politico. Lo Stato ha
l’obbligo di ribadire regole severe, affinché possa essere garantita
la convivenza in una società pluralista. La laicità francese oggi
richiede che vengano rafforzati i principi che la reggono, in modo
da aiutare i servizi pubblici e di assicurare il rispetto della
diversità spirituale. A tal fine, lo Stato ha il compito di ribadire
gli obblighi cui devono adeguarsi le Amministrazioni, sopprimere le
pratiche pubbliche discriminatorie e adottare regole solide e chiare
nel quadro di una legge sulla laicità.
Definizione degli obblighi ai quali le amministrazioni devono
attenersi.
Contrastare in maniera decisa il razzismo e l’antisemitismo.
Chiedere, a tale proposito, che le Amministrazioni agiscano con
grande fermezza, in particolare nel settore della pubblica
istruzione.
Fare sì che vengano rigorosamente rispettate le regole dell’obbligo
scolastico e il contenuto dei programmi. Fare della laicità il tema
principale dell’istruzione civica, in particolare in occasione di
una “giornata della Repubblica”. Garantire un miglior insegnamento
del fatto religioso. Invitare le Amministrazioni pubbliche a
prevedere cibi sostitutivi nelle mense pubbliche. Adottare
solennemente una “carta della laicità” da distribuire in varie
occasioni, come la consegna del certificato elettorale; la
formazione iniziale dei dipendenti pubblici; la riapertura delle
scuole; l’accoglienza degli immigrati, anche quando non esiste un
contratto di accoglienza e di integrazione; l’acquisizione della
nazionalità. La Commissione auspica che tale carta venga anche
affissa nei luoghi pubblici predisposti.
Inserire la laicità nei programmi delle giornate di difesa
nazionale. Invitare le Amministrazioni a tenere conto delle esigenze
religiose funebri. Soppressione delle pratiche pubbliche
discriminanti. Incoraggiare la distruzione dei ghetti urbani tramite
la riorganizzazione delle città. Rendere possibile l’accesso alla
scuola pubblica in tutti i Comuni. Dare la priorità, nei Comuni,
agli impianti sportivi che favoriscono il mescolamento sociale.
Nell’Alsazia Mosella includere l’insegnamento della religione
islamica tra gli insegnamenti religiosi proposti, e lasciare agli
allievi la libertà di scegliere se seguire o meno un insegnamento
religioso.
Sopprimere i corsi di lingue e culture d origine (Elco) e
sostituirli progressivamente con l’insegnamento delle lingue vive.
Bisogna anche prevedere l’insegnamento di lingue nuove non di Stato,
come ad esempio il berbero e il curdo. Sviluppare l’apprendimento
della lingua araba nel quadro della pubblica istruzione e non solo
all’interno delle scuole coraniche. Garantire un insegnamento
completo della nostra storia facendo in modo che esso comprenda la
storia della schiavitù, della colonizzazione, della decolonizzazione
e dell’immigrazione. Riequilibrare il sostegno fornito alle varie
associazioni a vantaggio di quelle culturali. Assumere cappellani
musulmani nell’esercito e nelle prigioni. Istituire un’autorità
garante contro le discriminazioni. Dare alle correnti del libero
pensiero e a quelle umaniste-razionaliste pari opportunità dl
accesso alle trasmissioni televisive del servizio pubblico.
Adozione di una legge sulla laicità
Questa legge avrebbe una doppia valenza: permettere, da un lato, di
precisare le regole di funzionamento dei servizi pubblici e delle
imprese; garantire dall’altro la diversità spirituale all’interno
del nostro paese.
Funzionamento dei servizi pubblici
Riaffermare l’assoluto rispetto del principio di neutralità da parte
di tutti i dipendenti pubblici. Includere l’obbligo di neutralità
del personale nei contratti stipulati con le imprese delegatarie di
pubblico servizio e con quelle che partecipano al servizio pubblico.
Precisare, di contro, che i dipendenti pubblici non possono essere
ricusati per motivi di sesso, razza, religione o pensiero. Prevedere
che gli utenti dei servizi pubblici debbano conformarsi alle
esigenze di funzionamento del servizio pubblico. Adottare per la
scuola la seguente disposizione: “Nel rispetto della libertà di
coscienza e del carattere che è proprio degli istituti privati
convenzionati, nelle scuole inferiori e superiori è vietato ogni
abbigliamento o segno che renda manifesta la propria appartenenza
religiosa o politica. I provvedimenti saranno proporzionati alla
trasgressione commessa e verranno adottati dopo aver invitato
l’allievo a conformarsi ai suoi obblighi”. (...).
Completare la legge ospedaliera per ricordare agli utenti i loro
obblighi, in particolare il divieto di ricusare personale medico e
paramedico o di non attenersi al rispetto delle regole
igienico-sanitarie e di salute pubblica. Introdurre nel Codice del
lavoro un articolo che permetta alle aziende di inserire nel loro
regolamento interno disposizioni relative all’abbigliamento e
all’uso di segni religiosi per esigenze di sicurezza e di contatto
con la clientela, ma anche per la pace sociale interna all’azienda.
(...)
Elisa Borghi
borghi@opinione.it
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