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Sabato, 2 Ottobre 2004

spacerLa sindrome di Baghdad
di Shaykh Abdul Hadi Palazzi*
 

Come i lettori de "L'opinione" ricorderanno, lo scorso 11 settembre ho lanciato da queste pagine un appello ai terroristi che avevano sequestrato Simona Torretta e Simona Pari, chiedendo loro di rilasciarle senza condizioni. Dissentivo in modo netto dall'ideologia delle due Simone e dell'organizzazione estremista in cui militavano, ma ho fatto prevalere considerazioni umanitarie. Si trattava di due esseri umani forse sprovveduti, ma - al pari di altri milioni di italiani - pensavo che fossero in serio pericolo, in mano ad una banda di spietati tagliagole che minacciava di decapitarle.

Sono invece restato sconcertato nel conoscere l'epilogo della vicenda: le Simone tornano abbronzate, ingrassate, serene, sorridenti, ben vestite alla araba, con libri e scatole di cioccolatini donati dai sequestratori, e non ringraziano nessuno di coloro cui debbono la loro libertà, né Berlusconi, né Scelli, né Letta, né il governo italiano, né i milioni di italiani che hanno manifestato a loro favore, né tanto meno il contribuente italiano che per la loro liberazione sembra avere sborsato ben un milione di euro. Hanno invece parole di elogio per i sequestratori. Li definiscono "religiosi, gentili e osservanti", e precisano di essere state "trattate con rispetto, riguardo, dignità e umiltà, ci hanno offerto scuse e chiesto perdono".

Di fronte ad un simile delirio verbale viene spontaneo chiedersi: "Ma se qualcuno mi avesse privato della libertà e tenuto sequestrato per ventuno giorni, parlerei forse di lui con tanta compiacenza?". Il disturbo psicologico che porta la vittima di una violenza ad identificarsi col suo persecutore viene definita "sindrome di Stoccolma", ma qui si va anche oltre. L'organizzazione in cui le Simone militano, "Un ponte per...", emette persino un comunicato stampa in cui ringrazia non il governo, ma la presunta "resistenza irachena", cioè i sequestratori stessi. E' una nuova "sindrome di Baghdad", ed è il caso di studiarla a fondo, tanto più che non pochi politici e giornalisti già parlano apertamente di "sequestro anomalo".

Le due Simone, dal canto loro, non perdono occasione per manifestare la loro intenzione di tornare in Iraq, quasi fossero reduci da una vacanza entusiasmante, e non da un sequestro. Visto il precedente, sarebbe più che opportuno che il magistrato competente provveda senza indugio al ritiro cautelativo del passaporto. Come sarebbe necessario che la magistratura indaghi con rigore per chiarire, di là da ogni ragionevole dubbio, quali fossero effettivamente le relazioni fra "Un ponte per...", le sequestrate ed i sequestratori.

*Shaykh Abdul Hadi Palazzi
segretario dell'AMdI, Assemblea Musulmana d'Italia
http://www.amislam.com
mailto:info@amislam.com



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