Come i lettori de "L'opinione" ricorderanno, lo scorso 11
settembre ho lanciato da queste pagine un appello ai terroristi che
avevano sequestrato Simona Torretta e Simona Pari, chiedendo loro di
rilasciarle senza condizioni. Dissentivo in modo netto dall'ideologia delle due Simone e dell'organizzazione estremista in
cui militavano, ma ho fatto prevalere considerazioni umanitarie. Si
trattava di due esseri umani forse sprovveduti, ma - al pari di
altri milioni di italiani - pensavo che fossero in serio pericolo,
in mano ad una banda di spietati tagliagole che minacciava di
decapitarle.
Sono invece restato sconcertato nel conoscere l'epilogo della
vicenda: le Simone tornano abbronzate, ingrassate, serene,
sorridenti, ben vestite alla araba, con libri e scatole di
cioccolatini donati dai sequestratori, e non ringraziano nessuno di
coloro cui debbono la loro libertà, né Berlusconi, né Scelli, né
Letta, né il governo italiano, né i milioni di italiani che hanno
manifestato a loro favore, né tanto meno il contribuente italiano
che per la loro liberazione sembra avere sborsato ben un milione di
euro. Hanno invece parole di elogio per i sequestratori. Li
definiscono "religiosi, gentili e osservanti", e precisano di essere
state "trattate con rispetto, riguardo, dignità e umiltà, ci hanno
offerto scuse e chiesto perdono".
Di fronte ad un simile delirio verbale viene spontaneo chiedersi:
"Ma se qualcuno mi avesse privato della libertà e tenuto sequestrato
per ventuno giorni, parlerei forse di lui con tanta compiacenza?".
Il disturbo psicologico che porta la vittima di una violenza ad
identificarsi col suo persecutore viene definita "sindrome di
Stoccolma", ma qui si va anche oltre. L'organizzazione in cui le
Simone militano, "Un ponte per...", emette persino un comunicato
stampa in cui ringrazia non il governo, ma la presunta "resistenza
irachena", cioè i sequestratori stessi. E' una nuova "sindrome di
Baghdad", ed è il caso di studiarla a fondo, tanto più che non pochi
politici e giornalisti già parlano apertamente di "sequestro
anomalo".
Le due Simone, dal canto loro, non perdono occasione per
manifestare la loro intenzione di tornare in Iraq, quasi fossero
reduci da una vacanza entusiasmante, e non da un sequestro. Visto il
precedente, sarebbe più che opportuno che il magistrato competente
provveda senza indugio al ritiro cautelativo del passaporto. Come
sarebbe necessario che la magistratura indaghi con rigore per
chiarire, di là da ogni ragionevole dubbio, quali fossero
effettivamente le relazioni fra "Un ponte per...", le sequestrate ed
i sequestratori.
*Shaykh Abdul Hadi Palazzi
segretario dell'AMdI, Assemblea Musulmana d'Italia
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