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Giovedì, 24 ottobre 2005

Poesia sufi e musica persiana
di Shaykh Abdul Hadi Palazzi
 

Uno stato-canaglia finanziatore del terrorismo, presieduto da un fanatico ex-torturatore di ostaggi che vuole dotarsi della bomba atomica per "cancellare Israele dalla faccia della terra". Ahimé, così si parla oggi di quella che fu la Persia dei Magi, di Zarathustra, di Dario, di Ciro. La reputazione odierna dell'Iran non è certamente delle migliori, e dopo la caduta della monarchia Pahlevi e l'avvento del khomeinismo il paese sembra avviato verso una china discendente che continua a escluderlo, ormai da ventisei anni, dal novero delle nazioni civili. La realtà di uno Iran contemporaneo imbarbarito e governato da una clericocrazia fanatizzante, oscurantista, sanguinaria ed estremamente corrotta non deve però farci obliare che nel passato la Persia ha visto fiorire una grande civiltà in cui l'Islam si è fuso con l'eredità autoctona delle culture achemenide e sasanide, che si tratta di un paese che ha prodotto un'arte, una letteratura e una musica sofisticate, raffinate e profondamente simboliche. Se con la conquista del potere da parte dei mullah l'élite intellettuale è stata per lo più costretta all'esilio in Europa e negli Stati Uniti, nei paesi d'immigrazione gli esuli iraniani si sono coscienziosamente impegnati sia nel preparare la caduta della dittatura e la rinascita civile del paese, sia per nel far conoscere al pubblico occidentale la cultura e l'arte iraniane.

Il complesso Parissa & Ensemble Dastan, esibitosi domenica 23 ottobre scorso presso il teatro Sala Umberto di Roma, rappresenta senz'altro una delle formazioni più consolidate e più celebri nel panorama della musica classica persiana. I suoi componenti risiedono in paesi diversi e si esibiscono assieme solo poche volte l'anno e in diverse città del mondo. Questo fa di ogni loro performance un evento unico per le comunità di esuli iraniani. L'Ensemble si da subito dimostrata all'altezza della sua fama: i suonatoti di strumenti a corde tradizionali quali il tar, il barbat e il kamancheh, se da un lato hanno dimostrato di aver assimilato da professionisti la tecnica cameristica occidentale, dall'altro hanno dispiegato quello spirito di improvvisazione simbiotica che fa di ogni loro concerto un evento irripetibile. I percussionisti posano e impugnano ripetutamente strumenti diversi, e strabiliano il pubblico con la loro capacità di trarre dal tombak, dal daf, dalla membrana e dal corpo di altri strumenti, una gamma molteplice di polifonie imprevedibili. La solista Parissa, massima diva ed icona della lirica persiana, ha dimostrato di ben meritare la fama di migliore interprete vivente del repertorio tradizionale. La sua voce cristallina ha incantato il pubblico con i versi di poeti sufi quali Saadi, Iraqi, Hafez e Rumi, degni rappresentanti di un Islam colto, pacifico, spirituale, tollerante ed universalista, agli antipodi rispetto al fanatismo becero imposto dal regime oscurantista di Khamene'i e Ahmadinejad. Quasi rapito in contemplazione, il pubblico in sala ascoltava Parissa e l' Ensemble Dastan in silenzio, per poi prorompere in fragorosi applausi al termini di ciascuna sessione. Il teatro ha accolto numerosi rappresentanti della comunità iraniana esule in Italia, ma non mancavano i musicologi e i cultori italiani di musica persiana. Avere la rara opportunità di partecipare a un concerto di così alto livello fa percepire quanto l'arte della Persia sia ancora viva, forte e feconda, e quanto ventisei anni di tirannia e repressione non siano riusciti a metterla a tacere. Da ciò può nascere in tutti noi la rinnovata speranza che il khomeinismo sia solo un incubo oscuro e passeggero nella storia dell'Iran e che, con lo stesso spirito con cui fanno musica, gli Iraniani siano presto in grado di rinascere come popolo, di creare istituzioni politiche decenti e di continuare a dare il loro rilevante contribuito all'arte e alla civiltà universale.

Shaykh Abdul Hadi Palazzi
Segretario dell'AMdI, Assemblea Musulmana d'Italia
http://www.amislam.com
maulana@amislam.com

 


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