Poesia
sufi e musica persiana
di Shaykh Abdul Hadi Palazzi

Uno stato-canaglia finanziatore del terrorismo,
presieduto da un fanatico ex-torturatore di ostaggi che vuole
dotarsi della bomba atomica per "cancellare Israele dalla faccia
della terra". Ahimé, così si parla oggi di quella che fu la
Persia dei Magi, di Zarathustra, di Dario, di Ciro. La reputazione
odierna dell'Iran non è certamente delle migliori, e dopo la caduta
della monarchia Pahlevi e l'avvento del khomeinismo il paese sembra
avviato verso una china discendente che continua a escluderlo, ormai
da ventisei anni, dal novero delle nazioni civili. La realtà di uno
Iran contemporaneo imbarbarito e governato da una clericocrazia
fanatizzante, oscurantista, sanguinaria ed estremamente corrotta non
deve però farci obliare che nel passato la Persia ha visto fiorire
una grande civiltà in cui l'Islam si è fuso con l'eredità autoctona
delle culture achemenide e sasanide, che si tratta di un paese che
ha prodotto un'arte, una letteratura e una musica sofisticate,
raffinate e profondamente simboliche. Se con la conquista del potere
da parte dei mullah l'élite intellettuale è stata per lo più
costretta all'esilio in Europa e negli Stati Uniti, nei paesi
d'immigrazione gli esuli iraniani si sono coscienziosamente
impegnati sia nel preparare la caduta della dittatura e la rinascita
civile del paese, sia per nel far conoscere al pubblico occidentale
la cultura e l'arte iraniane.
Il complesso Parissa & Ensemble Dastan, esibitosi domenica 23
ottobre scorso presso il teatro Sala Umberto di Roma, rappresenta
senz'altro una delle formazioni più consolidate e più celebri nel
panorama della musica classica persiana. I suoi componenti risiedono
in paesi diversi e si esibiscono assieme solo poche volte l'anno e
in diverse città del mondo. Questo fa di ogni loro performance un
evento unico per le comunità di esuli iraniani. L'Ensemble si da
subito dimostrata all'altezza della sua fama: i suonatoti di
strumenti a corde tradizionali quali il tar, il barbat e il
kamancheh, se da un lato hanno dimostrato di aver assimilato da
professionisti la tecnica cameristica occidentale, dall'altro hanno
dispiegato quello spirito di improvvisazione simbiotica che fa di
ogni loro concerto un evento irripetibile. I percussionisti posano e
impugnano
ripetutamente
strumenti diversi, e strabiliano il pubblico con la loro capacità di
trarre dal tombak, dal daf, dalla membrana e dal corpo di altri
strumenti, una gamma molteplice di polifonie imprevedibili. La
solista Parissa, massima diva ed icona della lirica persiana, ha
dimostrato di ben meritare la fama di migliore interprete vivente
del repertorio tradizionale. La sua voce cristallina ha incantato il
pubblico con i versi di poeti sufi quali Saadi, Iraqi, Hafez e Rumi,
degni rappresentanti di un Islam colto, pacifico, spirituale,
tollerante ed universalista, agli antipodi rispetto al fanatismo
becero imposto dal regime oscurantista di Khamene'i e Ahmadinejad.
Quasi rapito in contemplazione, il pubblico in sala ascoltava
Parissa e l' Ensemble Dastan in silenzio, per poi prorompere in
fragorosi applausi al termini di ciascuna sessione. Il teatro ha
accolto numerosi rappresentanti della comunità iraniana esule in
Italia, ma non mancavano i musicologi e i cultori italiani di musica
persiana. Avere la rara opportunità di partecipare a un concerto di
così alto livello fa percepire quanto l'arte della Persia sia ancora
viva, forte e feconda, e quanto ventisei anni di tirannia e
repressione non siano riusciti a metterla a tacere. Da ciò può
nascere in tutti noi la rinnovata speranza che il khomeinismo sia
solo un incubo oscuro e passeggero nella storia dell'Iran e che, con
lo stesso spirito con cui fanno musica, gli Iraniani siano presto in
grado di rinascere come popolo, di creare istituzioni politiche
decenti e di continuare a dare il loro rilevante contribuito
all'arte e alla civiltà universale.
Shaykh Abdul Hadi Palazzi
Segretario dell'AMdI, Assemblea Musulmana d'Italia
http://www.amislam.com
maulana@amislam.com
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