In piazza contro Prodi di
Shaykh Abdul Hadi Palazzi
Il 2 dicembre ho avuto il piacere e l’onore di rappresentare l’Assemblea
Musulmana d’Italia nella più grande manifestazione politica degli
ultimi vent’anni: tre cortei partiti da tre diverse piazze di Roma e
diretti a Piazza S. Giovanni, circa due milioni di italiani uniti dalla
protesta contro il governo Prodi e la maggioranza che lo sostiene.
“No al governo delle tasse e delle falsità”, diceva la slogan dei
promotori, cui i musulmani moderati hanno aggiunto “No al governo
degli amici dell’Ucoii e degli Hezbollah”. Gli amici di
Riformatori Liberali, fra cui Marco Taradash e Benedetto
Della Vedova, erano anche loro fra i partecipanti, e a fianco del
Tricolore e delle bandiere di partito coloro salmone, hanno voluto
innalzare anche la bandiera a Stelle e Strisce e quella con la
Stella di David, quasi a voler tangibilmente dimostrare come la
difesa della democrazia liberale sia imprescindibilmente connessa al
sostegno e all’amicizia nei confronti degli Stati Uniti e d’Israele.
Mentre i tre cortei sfilavano ordinatamente, i romani potevano ben
valutare la differenza fra le manifestazioni civili del centro-destra e
le tristi sfilate cui purtroppo ci ha abituati certa sinistra.
Giovani ed anziani, professionisti, impegnati, disoccupati e lavoratori
dipendenti sfilavano fianco a fianco, ordinatamente e senza nessuna
provocazione, senza volti coperti dai passamontagna e senza bandiere da
bruciare. Era semmai l’ironia a prevalere, con un asino travestito
da Prodi e con cartelli che chiedevano “Berlusconi santo subito”, mentre
in cielo volteggiava un elicottero con lo striscione “Silvio ci
manchi!”. Con buona pace di quanti sostenevano che il risultano delle
ultime elezioni politiche avesse rappresentato “la fine del
berlusconismo”, era invece la voglia di vedere Berlusconi di nuovo a
Palazzo Chigi ad animare i desideri dei partecipanti.
Essendomi collocato nelle posizioni di testa del primo
corteo, quello partito da Piazza della Repubblica, verso le 17 sono
riuscito ad entrare in Piazza S. Giovanni, mentre altri l’hanno trovata
già gremita, ed hanno dovuto partecipare disponendosi nelle strade e nei
viali adiacenti. Prima dell’inizio del comizio, sul palco si è esibita
una band che ha cantato alcune fra le più note canzoni italiane. Il
tentativo di eseguire un brano di Celentano è stato – come prevedibile –
sommerso da una marea di fischi, mentre il “Vincerò” della
Turandot di Puccini è stato intonato in coro dalla piazza, divenendo
quasi l’inno ufficioso della manifestazione.
Alle 17:30, nonostante i cortei fossero ancora in movimento, la
manifestazione ha avuto inizio col discorso di Silvio Berlusconi. Fra
gli applausi dai presenti, il leader dell’opposizione ha ribadito come –
in sei soli mesi di governo – la sinistra abbia introdotto ben 67
nuove tasse, ed ha fatto rilevare come la tendenza a
criminalizzare gli elettori come “potenziali evasori” non possa che
essere il frutto di una cultura illiberale e radicata nel
totalitarismo. Di fronte a coloro che seguitano a vedere in lui
l’unico possibile leader dell’opposizione, Berlusconi non si è
addentrato in discussioni programmatiche, ma ha ribadito la richiesta
di ricontare le schede delle ultime elezioni, proprio al fine di
vagliare se brogli vi siano stati e da parte di chi. Fini ha ribadito
come non esistano oggi due opposizioni, e come invece la Casa
della Libertà seguiti a vedere in Berlusconi il suo unico leader
naturale. Ha poi ceduto la parola ad Umberto Bossi che – pur molto
provato nel fisico e con evidenti difficoltà di parola – ha chiesto al
presidente Napolitano di rimandare gli elettori alle urne, e ha invitato
Berlusconi a “tenere duro” e a non abbandonare la lotta contro
una maggioranza parlamentare che ormai risulta palesemente invisa anche
a molti di coloro che sei mesi fa l’hanno votata. Al termine della
serata i partecipanti apparivano rassicurati e soddisfatti, certi di
aver dato voce alla loro protesta civile contro quello che ormai si
palese ogni giorno di più come il peggior governo nella storia della
Repubblica, un governo l’oppressione fiscale si associa ad
una politica estera dissennata e destinata a distruggere il
prestigio internazionale dell’Italia.