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Sono decine gli "imam italiani" coinvolti nelle inchieste sul terrorismo
islamico. Personaggi che, il più delle volte, sono arrivati in Italia
da esperienze militari o para-militari nell'area dei Balcani, in
Afghanistan o, più recentemente, in Iraq. Un profilo
ideologico assunto, in maniera prevalente, dall'ideologia
fondamentalista dei Fratelli musulmani.
Otto sono
gli uomini di maggior peso ideologico e operativo finiti in carcere o
sott'inchiesta. Marocchini, egiziani e algerini che per il loro carisma
hanno tenuto le fila delle moschee più radicali dal centro al nord
Italia. Sicuramente il personaggio di maggior caratura è Abu Omar,
egiziano, ex imam di via Quaranta a Milano. Abu Omar è
ricercato dalla procura italiana per aver partecipato a tutte le
operazioni che dal 2002 hanno visto gli islamici milanesi muoversi verso
i campi di Ansar Al Islam in Iraq. Con un passato in Albania,
Abu Omar ha, secondo gli inquirenti dell'antiterrorismo del capoluogo
lombardo, non solo reclutato all'interno dei centri culturali
islamici del milanese, ma ha partecipato attivamente all'invio di
combattenti e al procacciamento di denaro. A una solida preparazione
di natura teologica ha unito la capacità organizzativa delle cellule di
combattimento nell'area balcanica. Pur tenuto sotto osservazione fin dal
suo arrivo in Italia, la sua figura si è evidenziata tra il gennaio e il
marzo del 2003. I servizi di intelligence americani, sapevano di suoi
continui viaggi tra Milano e Parma. Nella città emiliana erano
presenti due curdi: responsabili dello smistamento del denaro ai
combattenti di Ansar in Kurdistan. L'operazione della Cia ha, di fatto,
impedito alla magistratura italiana di poter procedere anche se nei suoi
confronti ha, comunque, spiccato un'ordine di cattura internazionale.
E con lui, sott'inchiesta (dovrà comparire davanti al giudice per le
indagini preliminari del tribunale di Milano all'inizio di aprile) anche
Abu Imad: fino a poco tempo responsabile spirituale del Centro
culturale islamico di viale Jenner. Per lui l'accusa è quella di
aver organizzato l'espatrio di giovani magrebini pronti a praticare la
jihad in Iraq e in altre zone calde del quadrante mediorientale. Su di
lui pende anche l'accusa di aver utilizzato la forza psicofisica per
costringere i nuovi adepti alla mobilitazione. Abu Imad compare anche in
un video ritrovato nelle moschee lombarde in cui un altro imam
Al Fastini parla di sgozzamento e lapidazione dei miscredenti.
Davanti ai magistrati milanesi ci saranno altri 20 musulmani sempre
accusati di aver fatto parte di una cellula operativa presente a Milano
e facente capo sia a viale Jenner sia a via Quaranta.
Non è da dimenticare, in questa fitta rete, di predicatori dell'odio,
anche la figura di Anwar Shaaban El Sayed. Predecessore di Abu
Omar, morto nei violentissimi combattimenti del Battaglione mujihadeen
nel corso della guerra dei Balcani e grande "esportatore", in Europa,
del lessico jihadaistico egiziano. Religioso puntuale e organizzatore
ineccepibile era finito coinvolto nell'indagine “Sfinge” della Procura
della Repubblica meneghina. E un'altra ordinanza di
custodia cautelare in carcere attende Ahmed El Bouhali, 40enne
marocchino, per anni alla guida del Gruppo islamico marocchino
combattente e scomparso in Afghanistan nel luglio 2001. Una scomparsa
che è però avvolta ancora nel mistero. El Bouhali, pur latitante, è
processato dalla corte d'Assise di Cremona che sta giudicando una
cellula di ideologia "salafita" appartenente ai combattenti marocchini.
El Bouhali, anche lui con esperienze in Afghanistan da mujihadeen, ha
avuto un ruolo centrale nel radicalismo islamico lombardo. Il
"marocchino afgano", come solito definirsi, ha tenuto, per anni,
contatti con tutte le cellule presenti in Europa e attive nel compiere
attentati in Belgio, Francia e Gran Bretagna. È stato uno degli
ideologici del Gruppo contro la politica del re del Marocco Hassan II.
Nel corso delle perquisizioni compiute alla fine degli anni Ottanta,
nella sua abitazione, vennero scoperti non solo manuali di guerriglia
provenienti da Al Qaeda, ma anche decine di pubblicazioni
ideologiche inneggianti alla Jama'a Islamica egiziana. Un gruppo
questo che, sotto la sua influenza, si trasformò in Jama'a Islamica
Maghrebia. Per rimanere nell'area del nord, un altro
imam che ha dettato legge nelle moschee più radicali è stato Majid
Zergout: responsabile religioso della moschea di Varese.
Anche lui è stato colpito da diversi mandati di cattura. Ultimo di
questi nel maggio del 2005 su ordine della procura distrettuale di
Torino che ha smantellato una parte del gruppo dei "guerriglieri"
afghani. Zergout, come El Bouhali e Abu Omar, aveva avuto - secondo il
pentito marocchino Noureddine Nafia - esperienze nei campi di
battaglia contro i sovietici e contro i serbi ortodossi. La figura di
Zergout è stata decisa per i collegamenti che è riuscito a mantenere con
i principali gruppi presenti tra Lombardia, Veneto e Piemonte. Nel capo
di imputazione che lo porterà, i primi di maggio, davanti all'Assise
milanese, c'è proprio l'accusa di aver partecipato a cellule eversive.
Sempre secondo i pentiti marocchini, avrebbe giocato un ruolo decisivo,
quanto meno, come ideologo nell'organizzazione della strage di
Casablanca del maggio del 2003. Compagno di battaglia
di Zergout, è Mohamed Rafik, altro marocchino e imam itinerante
nelle moschee di Cremona e Sorgane a Firenze. Rafik
è stato catturato in Italia, nell'ottobre del 2003, su ordine della
procura marocchina perché considerato un altro ideologo della mattanza
nella città marocchina. Ai magistrati che lo hanno condannato, a
Brescia, a quattro anni e otto mesi in primo grado per terrorismo
internazionale, ha negato di appartenere al gruppo terroristico. Agli
atti del processo è risultato, invece, che è stato un vero e proprio
collettore di soldi per gli attentati in Cecenia, per il
rifornimento di denaro ai mujihadeen combattenti nei Balcani, per la
gestione operativa delle moschee più radicali. Suoi sono numerosi
manuali jihadaistici trovati nelle abitazioni e nei computer di semplici
soldati della causa di Osama Bin Laden in Europa. È stato Rafik ad
avviare contatti particolarmente intensi con la Germania dove i
"fratelli" spedivano aiuti sostanziosi in Iraq al gruppo di Ansar Al
Islam pronto a combattere contro gli americani. La procura
distrettuale di Firenze lo intercettò mentre sobillava un tunisino,
ora in carcere, a votarsi al martirio in Iraq.
Un'opera di proselitismo quella di Rafik che ha creato un altro imam del
terrore: il suo successore alla moschea di Sorgane a Firenze. Si
tratta dell'algerino Rachid Maamri, sotto processo nel capoluogo
toscano per terrorismo internazionale. Nel maggio del 2004, Maamri era
pronto, con altri tre tunisini, a salpare verso i campi di battaglia di
Baghdad. Il suo lavoro d’indottrinamento è sempre stato intenso nei
confronti degli altri frequentatori della moschea fiorentina e andava
nel solco di un altro capo storico jihadaista: un egiziano in carcere
per aver compiuto, negli anni Ottanta, i primi attentati nel suo paese
d'origine. Non si può dimenticare la presenza di un
altro imam, sempre itinerante, e anche lui già condannato dal giudice di
Brescia, Silvia Milesi, per istigazione alla violenza e all'odio
razziale: il marocchino Najib Rouass. Portiere di notte in un
albergo della bergamasca e imam di giorno in tutta l'Italia del nord, ha
tenuto prediche di fuoco nei centri di preghiera. Arringando i
"fratelli" ha chiesto al profeta e ad Allah che i missili potessero
cadere sulla testa dei bambini degli infedeli. Per gli inquirenti della
Procura distrettuale di Brescia, pur non avviando combattenti in Iraq,
ha comunque spinto i frequentatori delle moschee alla ribellione e alla
lotta armata. Le diverse indagini dei pm di Milano,
Torino, Firenze, Genova e Brescia hanno portato alla conclusione che
tutti questi personaggi sono stati in contatto tra di loro: hanno,
tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila, creato una
vera e propria rete sovversiva che partiva proprio dalle loro
figure di imam. A partire da Abu Omar che ovviamente ha avuto contatti
con Abu Imad in viale Jenner e in via Quaranta. Gli atti congiunti di
Milano e Brescia hanno dimostrato che, ad esempio nel 2002, agli
incontri milanesi di preghiera partecipava Mohamed Rafik che a sua volta
era imam a Cremona e Firenze. Quando era a Cremona era anche
l’ispiratore sia di Najib Rouass, suo successore, sia di Laagoub
Abdelkader cognato di Ahmed El Bouhali e amico di Majid Zergout. Gli
uomini dell'antiterrorismo della Digos di Cremona e Brescia, hanno
dimostrato come Laagoub Abdelkader frequentasse, con molta assiduità, la
moschea varesina che, a sua volta, era in stretto collegamento con gli
ambienti del fondamentalismo a Torino e Vercelli, come ha, appunto,
concluso il gip del tribunale di Torino con l'ordinanza di custodia
cautelare in carcere per Zergout e per altri tre marocchini residenti a
Varese e facenti parte del vertice della moschea. Oltre a questi,
coinvolti in indagini sfociate in processi penali, sono apparsi sulla
scena altri "predicatori" che sono poi stati rimpatriati per ordine del
ministro Beppe Pisanu: dall'ormai famoso "imam di Carmagnola" a
Bouchta Bouriqui, "imam" di Torino. Ci sono poi altri nomi noti e
meno noti come Mouard Trabelsi che, pur non essendo un vero e
proprio imam, ha condotto per anni opera di indottrinamento nella
moschea di Cremona. Insomma un vero e proprio arcipelago di
fondamentalisti tutti pronti a battersi, nei loro ruoli, per la
causa della jihad italiana.
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