Giovedì 23 febbraio 2006

Sono otto e tutti al Nord gli uomini più attivi nel reclutare kamikaze
Ecco la mappa degli «imam» reclutatori di terroristi

di Roberto Fiorentini


Sono decine gli "imam italiani" coinvolti nelle inchieste sul terrorismo islamico. Personaggi che, il più delle volte, sono arrivati in Italia da esperienze militari o para-militari nell'area dei Balcani, in Afghanistan o, più recentemente, in Iraq. Un profilo ideologico assunto, in maniera prevalente, dall'ideologia fondamentalista dei Fratelli musulmani.

Otto sono gli uomini di maggior peso ideologico e operativo finiti in carcere o sott'inchiesta. Marocchini, egiziani e algerini che per il loro carisma hanno tenuto le fila delle moschee più radicali dal centro al nord Italia. Sicuramente il personaggio di maggior caratura è Abu Omar, egiziano, ex imam di via Quaranta a Milano. Abu Omar è ricercato dalla procura italiana per aver partecipato a tutte le operazioni che dal 2002 hanno visto gli islamici milanesi muoversi verso i campi di Ansar Al Islam in Iraq. Con un passato in Albania, Abu Omar ha, secondo gli inquirenti dell'antiterrorismo del capoluogo lombardo, non solo reclutato all'interno dei centri culturali islamici del milanese, ma ha partecipato attivamente all'invio di combattenti e al procacciamento di denaro. A una solida preparazione di natura teologica ha unito la capacità organizzativa delle cellule di combattimento nell'area balcanica. Pur tenuto sotto osservazione fin dal suo arrivo in Italia, la sua figura si è evidenziata tra il gennaio e il marzo del 2003. I servizi di intelligence americani, sapevano di suoi continui viaggi tra Milano e Parma. Nella città emiliana erano presenti due curdi: responsabili dello smistamento del denaro ai combattenti di Ansar in Kurdistan. L'operazione della Cia ha, di fatto, impedito alla magistratura italiana di poter procedere anche se nei suoi confronti ha, comunque, spiccato un'ordine di cattura internazionale.

E con lui, sott'inchiesta (dovrà comparire davanti al giudice per le indagini preliminari del tribunale di Milano all'inizio di aprile) anche Abu Imad: fino a poco tempo responsabile spirituale del Centro culturale islamico di viale Jenner. Per lui l'accusa è quella di aver organizzato l'espatrio di giovani magrebini pronti a praticare la jihad in Iraq e in altre zone calde del quadrante mediorientale. Su di lui pende anche l'accusa di aver utilizzato la forza psicofisica per costringere i nuovi adepti alla mobilitazione. Abu Imad compare anche in un video ritrovato nelle moschee lombarde in cui un altro imam Al Fastini parla di sgozzamento e lapidazione dei miscredenti. Davanti ai magistrati milanesi ci saranno altri 20 musulmani sempre accusati di aver fatto parte di una cellula operativa presente a Milano e facente capo sia a viale Jenner sia a via Quaranta.

Non è da dimenticare, in questa fitta rete, di predicatori dell'odio, anche la figura di Anwar Shaaban El Sayed. Predecessore di Abu Omar, morto nei violentissimi combattimenti del Battaglione mujihadeen nel corso della guerra dei Balcani e grande "esportatore", in Europa, del lessico jihadaistico egiziano. Religioso puntuale e organizzatore ineccepibile era finito coinvolto nell'indagine “Sfinge” della Procura della Repubblica meneghina.

E un'altra ordinanza di custodia cautelare in carcere attende Ahmed El Bouhali, 40enne marocchino, per anni alla guida del Gruppo islamico marocchino combattente e scomparso in Afghanistan nel luglio 2001. Una scomparsa che è però avvolta ancora nel mistero. El Bouhali, pur latitante, è processato dalla corte d'Assise di Cremona che sta giudicando una cellula di ideologia "salafita" appartenente ai combattenti marocchini. El Bouhali, anche lui con esperienze in Afghanistan da mujihadeen, ha avuto un ruolo centrale nel radicalismo islamico lombardo. Il "marocchino afgano", come solito definirsi, ha tenuto, per anni, contatti con tutte le cellule presenti in Europa e attive nel compiere attentati in Belgio, Francia e Gran Bretagna. È stato uno degli ideologici del Gruppo contro la politica del re del Marocco Hassan II. Nel corso delle perquisizioni compiute alla fine degli anni Ottanta, nella sua abitazione, vennero scoperti non solo manuali di guerriglia provenienti da Al Qaeda, ma anche decine di pubblicazioni ideologiche inneggianti alla Jama'a Islamica egiziana. Un gruppo questo che, sotto la sua influenza, si trasformò in Jama'a Islamica Maghrebia.

Per rimanere nell'area del nord, un altro imam che ha dettato legge nelle moschee più radicali è stato Majid Zergout: responsabile religioso della moschea di Varese. Anche lui è stato colpito da diversi mandati di cattura. Ultimo di questi nel maggio del 2005 su ordine della procura distrettuale di Torino che ha smantellato una parte del gruppo dei "guerriglieri" afghani. Zergout, come El Bouhali e Abu Omar, aveva avuto - secondo il pentito marocchino Noureddine Nafia - esperienze nei campi di battaglia contro i sovietici e contro i serbi ortodossi. La figura di Zergout è stata decisa per i collegamenti che è riuscito a mantenere con i principali gruppi presenti tra Lombardia, Veneto e Piemonte. Nel capo di imputazione che lo porterà, i primi di maggio, davanti all'Assise milanese, c'è proprio l'accusa di aver partecipato a cellule eversive. Sempre secondo i pentiti marocchini, avrebbe giocato un ruolo decisivo, quanto meno, come ideologo nell'organizzazione della strage di Casablanca del maggio del 2003.

Compagno di battaglia di Zergout, è Mohamed Rafik, altro marocchino e imam itinerante nelle moschee di Cremona e Sorgane a Firenze. Rafik è stato catturato in Italia, nell'ottobre del 2003, su ordine della procura marocchina perché considerato un altro ideologo della mattanza nella città marocchina. Ai magistrati che lo hanno condannato, a Brescia, a quattro anni e otto mesi in primo grado per terrorismo internazionale, ha negato di appartenere al gruppo terroristico. Agli atti del processo è risultato, invece, che è stato un vero e proprio collettore di soldi per gli attentati in Cecenia, per il rifornimento di denaro ai mujihadeen combattenti nei Balcani, per la gestione operativa delle moschee più radicali. Suoi sono numerosi manuali jihadaistici trovati nelle abitazioni e nei computer di semplici soldati della causa di Osama Bin Laden in Europa. È stato Rafik ad avviare contatti particolarmente intensi con la Germania dove i "fratelli" spedivano aiuti sostanziosi in Iraq al gruppo di Ansar Al Islam pronto a combattere contro gli americani. La procura distrettuale di Firenze lo intercettò mentre sobillava un tunisino, ora in carcere, a votarsi al martirio in Iraq.

Un'opera di proselitismo quella di Rafik che ha creato un altro imam del terrore: il suo successore alla moschea di Sorgane a Firenze. Si tratta dell'algerino Rachid Maamri, sotto processo nel capoluogo toscano per terrorismo internazionale. Nel maggio del 2004, Maamri era pronto, con altri tre tunisini, a salpare verso i campi di battaglia di Baghdad. Il suo lavoro d’indottrinamento è sempre stato intenso nei confronti degli altri frequentatori della moschea fiorentina e andava nel solco di un altro capo storico jihadaista: un egiziano in carcere per aver compiuto, negli anni Ottanta, i primi attentati nel suo paese d'origine.

Non si può dimenticare la presenza di un altro imam, sempre itinerante, e anche lui già condannato dal giudice di Brescia, Silvia Milesi, per istigazione alla violenza e all'odio razziale: il marocchino Najib Rouass. Portiere di notte in un albergo della bergamasca e imam di giorno in tutta l'Italia del nord, ha tenuto prediche di fuoco nei centri di preghiera. Arringando i "fratelli" ha chiesto al profeta e ad Allah che i missili potessero cadere sulla testa dei bambini degli infedeli. Per gli inquirenti della Procura distrettuale di Brescia, pur non avviando combattenti in Iraq, ha comunque spinto i frequentatori delle moschee alla ribellione e alla lotta armata.

Le diverse indagini dei pm di Milano, Torino, Firenze, Genova e Brescia hanno portato alla conclusione che tutti questi personaggi sono stati in contatto tra di loro: hanno, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni del Duemila, creato una vera e propria rete sovversiva che partiva proprio dalle loro figure di imam. A partire da Abu Omar che ovviamente ha avuto contatti con Abu Imad in viale Jenner e in via Quaranta. Gli atti congiunti di Milano e Brescia hanno dimostrato che, ad esempio nel 2002, agli incontri milanesi di preghiera partecipava Mohamed Rafik che a sua volta era imam a Cremona e Firenze. Quando era a Cremona era anche l’ispiratore sia di Najib Rouass, suo successore, sia di Laagoub Abdelkader cognato di Ahmed El Bouhali e amico di Majid Zergout. Gli uomini dell'antiterrorismo della Digos di Cremona e Brescia, hanno dimostrato come Laagoub Abdelkader frequentasse, con molta assiduità, la moschea varesina che, a sua volta, era in stretto collegamento con gli ambienti del fondamentalismo a Torino e Vercelli, come ha, appunto, concluso il gip del tribunale di Torino con l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per Zergout e per altri tre marocchini residenti a Varese e facenti parte del vertice della moschea. Oltre a questi, coinvolti in indagini sfociate in processi penali, sono apparsi sulla scena altri "predicatori" che sono poi stati rimpatriati per ordine del ministro Beppe Pisanu: dall'ormai famoso "imam di Carmagnola" a Bouchta Bouriqui, "imam" di Torino. Ci sono poi altri nomi noti e meno noti come Mouard Trabelsi che, pur non essendo un vero e proprio imam, ha condotto per anni opera di indottrinamento nella moschea di Cremona. Insomma un vero e proprio arcipelago di fondamentalisti tutti pronti a battersi, nei loro ruoli, per la causa della jihad italiana.

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