Per la storia dell'Islam in Italia
di Dimitri Buffa
Venerdì 10 gennaio 2003
http://www.lapadania.com/2003/gennaio/10/10012003p04a1.htm
1) Sono arrivati col Fascismo i musulmani “del Littorio”

Breve viaggio nella storia della presenza islamica nella storia moderna d'Italia
   

La prima organizzazione musulmana sorta in Italia nell’epoca moderna è l’Associazione Musulmana del Littorio (Aml).

Viene fondata a Roma nel 1937, come conseguenza della creazione dell’Impero fascista nell’Africa Orientale Italiana. Ne sono fondatori un gruppo di cittadini italiani di origine somala, per lo più arruolati nel Regio esercito in qualità di ascari (truppa) o buluk-bash (sottufficiali), come Musa Hajj Hamed, Mohallim Hussen ed Osman Sabtiye. Scopo della Associazione e quello di garantire i servizi religiosi essenziali a quei musulmani che giungano in Italia provenendo dai territori dell’Impero.

I generali Osman Hagi Omar Falco (a sinistra) e S. E. Ali Hussen (a destra) all'epoca del loro giuramento
da cadetti del 64° Corso Allievi Ufficiali Valtomorizza della Guardia di Finanza
ai tempi dell'Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia (A.F.I.S.)

CAPPELLANI MILITARI E GIUDICI ISLAMICI PER LE CONTROVERSIE CIVILI

Alcuni dei membri dell’Associazione hanno funzioni di cappellani militari, altri di giudici islamici (Qadi) cui è demandata la soluzione di controversie civili fra i sudditi dell’Impero di religione islamica, come pure la gestione di matrimoni divorzi ed altri questioni inerenti allo status personale. Operano in coordinamento con il ministero delle Colonie che proprio in quel periodo si avvale della collaborazione di prestigiosi orientalisti italiani, come Ignazio Guidi, David Santillana e Virginia Veccia Vaglieri, autrice di una grammatica della lingua araba classica che ancor oggi seguita ad essere usata nelle università italiane.

Ad essi vanno ad affiancarsi alcuni esponenti della nobiltà afgana, che assieme al loro seguito di notabili e imam già risiedono a Roma, sede del loro esilio.

ARRIVA LA NOBILTÀ AFGHANA

Amanullah Shah il Grande, padre dell'Afghanistan moderno, accolto a Roma da Benito Mussolini

Accolto da Mussolini come fido alleato e come eroe della lotta d’indipendenza anti-inglese, nel 1929 si era infatti stabilito a Roma dopo l’abdicazione il re Amanullah Shah d’Afghanistan, emulo di Ataturk nel tentativo di fare del suo Paese uno Stato unitario basato su una costituzione laica e su un dispotismo illuminato che frenasse le tendenze troppo conservatrici dei mullah. Il nuovo re Zaher Shah saliva al trono nel 1933, ma manteneva in vita la tradizione dei buoni rapporti con l’Italia e delle frequenti visite a Roma, città che anche sceglierà come sede dell’esilio durato dall’avvento del regime filo-sovietico sino alla recente sconfitta dei talebani.

La regina Omeira d'Afghanistan, esiliata a Roma per l'avvento del regime filo-sovietico a Kabul

CON LA FINE DEL FASCISMO DECADE ANCHE L’ASSOCIAZIONE MUSULMANA DEL LITTORIO

Nel secondo dopoguerra l’Associazione Musulmana del Littorio cade in disuso, ma il numero di cittadini italiani di religione islamica e originari del Corno d’Africa cresce, in quanto l’Italia esercita l’Amministrazione fiduciaria in Somalia (Afis) sino al 1952. Giungono poi le comunità di esuli dalla Libia, che fuggono dalla rivoluzione di Gheddafi, ed alcuni commercianti ed artisti siriani che per tradizione importano in Medio Oriente il marmo di Carrara, e che non sono intenzionati a restare sotto un regime ormai apertamente filo-sovietico. Per il resto, sino all’inizio degli anni '70, i musulmani residenti in Italia saranno prevalentemente diplomatici, uomini d’affari, e membri di alcune piccole comunità di esuli.

Quelle di origine afgana, somala e libica, per ovvie ragioni storiche simpatizzeranno per gli Stati Uniti d’America e per il blocco occidentale, mentre alcuni rampolli di famiglie benestanti del Nordafrica verranno attratti invece dall’utopia del socialismo arabo alla Nasser, pensando che esso rappresenti l’unica reale alternativa a regimi oscurantisti come quelli del Golfo.

La grande migrazione nell’Europa occidentale è comunque ancora di là da venire.


Sabato 11 gennaio 2003

Così a Roma nacque la moschea più grande d'Europa
2) E nella Città Eterna s'udì il canto del muezzin

11 settembre 2002 davanti alla moschea di Roma con le bandiere islamiche, americane e  israeliane.
Da sinistra: Rita Bernardini, Shaykh Abdul Hadi Palazzi, Daniele Capezzone e Sergio Stanzali:
"Tutti in moschea contro l'antiamericanismo".

Attorno alla metà degli anni sessanta il Re Feysal dell'Arabia Saudita si reca in visita in Italia ed esprime alle autorità italiane la richiesta della necessità della creazione a Roma di un luogo di culto islamico che consenta la regolare partecipazione alla preghiera del venerdì a diplomatici e funzionari delle Ambasciate dei paesi islamici.

Il governo italiano, allora presieduto dall'On. Mariano Rumor, accetta la proposta, e su interessamento del Sen. Giulio Andreotti nel 1969 viene costituito il Centro Islamico Culturale d'Italia, un organismo nel cui Consiglio d'Amministrazione siedono gli Ambasciatori dei paesi musulmani interessati al progetto di edificazione della Moschea (Arabia Saudita, Bangladesh, Egitto, Guinea, Indonesia, Malesia, Marocco, Oman, Pakistan, Senegal e Turchia).

In attesa della definizione del progetto edilizio, viene scelta una sede provvisoria che diviene la prima sede stabile di culto islamico a Roma.

Nel 1977 il bando di concorso relativo alla Moschea viene vinto dall'architetto Paolo Portoghesi, ed il Comune di Roma concede un'area edificabile sita nei pressi di Monte Antenne.

I lavori procedono molto a rilento, e il progetto viene criticato dai suoi iniziali collaboratori. In particolare si ritiene che siano stati tenuti in scarsa considerazione i criteri di funzionalità cultuale del luogo.

Ciò comporta la necessità di numerosi interventi di aggiustamento (rifacimento del matroneo, ricostruzione dei servizi igienici, originariamente non adatti al compimento delle abluzioni rituali, ecc.).

La moschea verrà ufficialmente inaugurata solo nel 1995, ma in quel periodo gli immigrati musulmani a Roma sono ormai diverse decine di migliaia.

Verso la metà degli anni '70 viene a collocarsi un progetto di espansionismo dell’Arabia Saudita in seno a quello che allora era il mercato Comune Europeo (Mec), e la relativa gestione dei fondi è prevalentemente affidata alla società segreta dei “fratelli musulmani”. Si tratta di un movimento integralista che sfruttava il sentimento religioso in vista di una radicalizzazione politica del mondo islamico.

Cessato il periodo dell’embargo sul petrolio, i Sauditi decidono di estendere la loro influenza anche all’Europa occidentale, ed a tal fine molti militanti dei “fratelli musulmani” vengono inviati in Europa non solo per farvi affari, ma per risiedevi stabilmente.

Partono con borse di studio, ufficialmente per conseguire la laurea, ma di fatto per costituirvi basi dell’organizzazione, per lo più ancora sconosciuta ai media occidentali.

Per l'Italia viene scelto come centro operativo l'Università per stranieri di Perugia, ed in questa città viene costituita l'Unione degli Studenti Musulmani in Italia (U.S.M.I.), sigla dietro la quale i “fratelli musulmani” inizialmente agiscono. La quasi totalità degli aderenti è formata da militanti palestinesi e siriani, spesso figli o nipoti di dirigenti che vivono in Arabia, in Kuwait o negli Emirati.

Giovandosi di ingenti finanziamenti, dopo quella perugina la Fratellanza crea numerose sedi in altre città italiane; fra queste quella che assumerà maggiore rilevanza è il Centro Islamico di Milano, la cui denominazione verrà in seguito mutata in Centro Islamico di Milano e Lombardia.

Ciò spiega come, a partire dagli anni '80, l’ondata migratoria troverà già presente in Italia una rete estremista pronta ad accoglierli, a condizionarli, ed a portarli su posizioni integraliste.


Domenica 12 gennaio 2003

http://www.lapadania.com/2003/gennaio/12/12012003p04a2.htm

Anche il Vaticano diede il via libera per la costruzione
nella Capitale del luogo di culto islamico più grande d'Europa
3) Moschea di Roma, un affare tra sceicchi e politici

La moschea di Roma a Monte Antenne, progetto di Paolo Portoghesi e Sami Musawi

A Roma viene inaugurata nel 1995 la più grande moschea d’Europa, circa 5 mila posti a pregare se si considerano i locali all’aperto circostanti, coperti e terrazzati. Ecco le mosse diplomatiche che precedettero la sua edificazione: nel 1966 re Feisal dell’Arabia Saudita venne a Roma in una visita al Parlamento con una delegazione di dignitari reali e per la prima volta espresse alle autorità italiane il desiderio di aprire una moschea a Roma. È l’epoca del secondo governo Moro, agli esteri c’è Fanfani, all’industria Andreotti. Feisal fa capire che la moschea avrebbe migliorato i rapporti economici con gli sceicchi: «gli uomini d’affari arabi rimarrebbero più a lungo... e farebbero più affari».

Nel 1969 il governo Rumor da il via libera al progetto. Nasce così il Centro islamico culturale d’Italia: con presidente il principe Amini, ex primo ministro dello Scià di Persia, l’ultimo aristocratico a ricoprire quel ruolo. Era infatti in esilio in Italia. Accanto a lui il principe Hassan, nipote dell’ultimo re della precedente dinastia afghana degli Amanullah, spodestata dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale e accolta in Italia da Mussolini. Lo stato paga ancora oggi appannaggi da sogno ad alcuni discendenti. Sono ancora in Italia su invito del Duce.

Nel 1971 l’Ente morale diventa un “club di ambasciatori” i cui Paesi accettano di finanziare la moschea: Arabia Saudita, Bangladesh, Egitto, Guinea, Indonesia, Malesia, Marocco, Oman, Pakistan, Senegal e Turchia. Il bilancio iniziale è di 15 miliardi di lire del 1977. Il costo complessivo si aggira nel 1991 a oltre 60 miliardi e i lavori sono ancora in alto mare. Dopo la guerra del Golfo, l’Arabia Saudita, che ha pagato quasi tutto fino a quel momento, chiude la borsa. Si fa sotto il re Hassan del Marocco. Metterà circa altri 30 miliardi, senza fare più lavorare le imprese italiane come la Federici costruzioni Spa. Gli interni vengono fatti sullo stile della moschea di Casablanca e si porta dal Marocco 300 operai. Il bando di concorso del 1977 era a misura del progetto di Portoghesi e del cofirmatario iraniano Musawi. Musawi verrà messo alla porta nel 1980 dopo la caduta dello Scià. Il Comune di Roma (amministrazione di sinistra) mise a disposizione gratis nel 1976 il terreno, dopo che nel 1975 Paolo VI diede finalmente il via libera. Fino quel momento il progetto di costruire una moschea era teoricamente un segreto di stato per non irritare il Vaticano. I lavori di costruzione partirono con questa unica condizione: la cupola meno alta di quella di San Pietro e il minareto senza gli altoparlanti per la preghiera. Ed è l’unica moschea del mondo a non averli ancora oggi.


Mercoledì 15 gennaio 2003

http://www.lapadania.com/2003/gennaio/15/15012003p07a3.htm 

Negli anni '70 la "fratellanza musulmana" pone le sue basi in Italia
4) La rete fondamentalista sbarca nel nostro Paese

Khartum, ottobre 1994. Da sinistra: la guardia del corpo Adel (furente perché lo hanno fotografato insieme a Ghrewati), il segretario dell'UCOII Piccardo, il contabile dei fratelli musulmani Ahmad al-Beick e il finanziere fondamentalista Baha Eldin Ghrewati a colloquio col dittatore sudanese Omar al-Bashir

Con la sconfitta del socialismo nasserismo e del progetto di una Repubblica Araba Unita, filo-sovietica e comprendente Egitto, Siria e Iraq, al principio degli anni ’70 l’egemonia saudita si afferma come realtà incontrastata nello scenario arabo. Gli arabi dominanti sono ormai i beduini che hanno preso il potere nella penisola arabica.

Buona parte della vittoria dei wahhabiti sul nazionalsocialismo arabo laico è dovuta all’alleanza che il re Feisal aveva stabilito con Sayyid Qutb, leader egiziano della setta dei “fratelli musulmani”(spesso chiamata semplicemente “la fratellanza“), nella cui ideologia totalitaria si ritrovano, confusamente mescolati, elementi di oscurantismo wahhabita, suggestioni escatologiche di tipo marxista-leninista, odio terzomondista per l’America e il sogno proibito della totale distruzione d’Israele.

Improntata ad un rigido giuramento di fedeltà al superiore gerarchico “cui è dovuta quella stessa obbedienza che si deve ad Allah”, la struttura della setta fondata in Egitto nel 1929, è quella di una mafia fondamentalista i cui dirigenti in tanto incamerano copiose “donazioni caritatevoli” da famiglie reali ed emiri del Golfo, in quanto sono in grado di arruolare ed addestrare un numero costantemente rinnovabile di candidati al terrorismo suicida. La trasmissione del rango di boss territoriale (murshid) avviene di regola di padre in figlio, e comunque sempre nell’ambito di una cerchia molto ristretta di famiglie.

Spesso l’unico modo che gli stessi “benefattori sauditi” hanno di pensionare un boss della “fratellanza” divenuto troppo ingombrante è quella di offrire una posizione di prestigio ad uno dei suoi figli. Ovviamente si tratta di uno strumento di pressione politica che i regimi arabi conoscono e temono, ma che l’analisi degli esperti occidentali impiega oltre un decennio a comprendere.

Per i loro figli i boss non ambiscono alle posizioni della prima linea di Gaza, Ramallah o Jenin, dove si fa il lavoro sporco e si educano i bambini a diventare kamikaze, ma quelle lussuose di Washington, di Londra, della Svizzera. È infatti proprio in Svizzera che - sin dagli inizi degli anni sessanta - risiedono i fratelli Hani Saed Ramadan e Tariq Ramadan, nipoti del fondatore della “fratellanza” Hasan al-Bannah, poi divenuti i leader finanziari del suo ramo europeo.

Le famiglie fondatrici della “fratellanza” provengono esclusivamente dall’Egitto, dalla Siria e da Israele. Ancor oggi soltanto un egiziano, un siriano o un arabo palestinese possono essere “fratelli musulmani” effettivi; tutti gli altri, siano essi marocchini, algerini, libanesi, pakistani o convertiti europei, resteranno in ogni caso meri collaboratori esterni, comunque non ammessi alle riunioni a porte chiuse in cui si definisce la spartizione dei fondi. A meno che non siano capaci da loro stessi di crearsi altri canali, come ad esempio ha fatto il ramo seperato della fratellanza tunisina guidata da Rachid Ghannouchi.

Se il ramo egiziano si attesta saldamente a Berna, Ginevra e Lugano, dove ai nipoti di al-Bannah si affianca il cassiere internazionale Youssef Nada (responsabile prima della Banca Al Taqwa di Lugano e poi del Nada Management Trust), gli altri paesi dell’Europa occidentale, Italia inclusa, divengono invece terreno di espansione per i rami siriano e palestinese, che a partire dalla metà degli anni ’70 spartiscono le sedi fra i cinque leader principali (tutti ancora oggi al loro posto).

Fra i siriani il boss supremo per l’Italia, soprannominato in patria “l’avvelenatore”, Baha Eldin Ghrewati, si aggiudica il porto di Genova per l’importazione delle turbine idrauliche dal Libano, mentre attribuisce al suo luogotenente Muhammad Nour Dachan (con un passato di terrorista in Siria) il porto di Ancona, e al dirigente di Aleppo Ridwan al-Tongi l’Università di Bologna. Ai boss palestinesi Ali Abu Shweimah e Muhammad al-Barq vengono rispettivamente affidate la propaganda in seno alla Statale di Milano e all’Università per stranieri di Perugia. Ognuno di essi finisce per prendersi un portaborse italiano che diviene il suo alter ego, e che ha il compito di non farlo apparire pubblicamente. E se lo scelgono su misura: l’esaltato Ghrewati assume Roberto Hamza Piccardo - noto per i suoi deliranti proclami di apologia del terrorismo - l’intellettuale al-Tongi opta per il glottologo Giulio Soravia, mentre Ali Abu Shweimah arruola l’avvocato ex-comunista fiumano Rosario Pasquini. Al-Barq, che i palestinesi residenti a Perugia chiamano semplicemente “il rais“, resta invece nell’ombra in quanto ha ricevuto dall’allora console del Kuwait a Milano Hassan Nasreddin (attualmente in carcere in Svizzera per il suo ruolo nel finanziamento di Al Qaida) una missione delicatissima: contribuire dall’Italia al sostegno finanziario di una nuova struttura da impiantarsi in Israele.

Negli anni novanta quella stessa struttura del ramo palestinese diverrà tristemente nota col nome di Hamas, e uno degli uomini che l’ha costruita seguiterà tranquillamente a fare il pensionato di lusso a Perugia, e come vedremo penserà anche alla poltrona per il figlio.

Sul principio l’arrivo di questi rampolli delle famiglie della fratellanza inviati a costruire una rete locale in Italia passa quasi inosservata: giungono alla spicciolata, come fruitori di borse di studio di enti sauditi, kuwaitiani o di alcuni Emirati Arabi, e studiano quasi tutti medicina. Si organizzano, e creano la prima struttura esterna della setta, l’Unione degli Studenti Musulmani in Italia (Usmi) che inizialmente è quasi impermeabile. Svolge attività e pubblica testi e documenti esclusivamente in arabo, e seguita a sollecitare “donazioni per la causa palestinese”. Con l’immigrazione di massa però, specie nel Nord d’Italia, verso la metà degli anni ottanta la “fratellanza” può già contare su un discreto numero di simpatizzanti, quasi tutti palestinesi integralisti.

Pensano allora - con una certa dose di faciloneria - di impossessarsi dei fondi dell’8 per mille, e si rifanno il look. Da sedi studentesche dell’Usmi le sezioni dell’organizzazione mutano il nome in “centri islamici”, e al principio degli anni ’90 l’Usmi cambia pelle e diventa Ucoii, cioè Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia.

Presenta subito una “richiesta di intesa con lo Stato” a firma dell’avv. Carlo Corbucci. L’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino - per tutta risposta - espelle dall’Italia i due principali collaboratori del boss Ghrewati, i palestinesi Omar Tariq e Abu Jaafar, considerati “elementi pericolosi per la sicurezza nazionale”.

Il loro collega al-Barq ha lavorato fin troppo bene, ed ormai Hamas è nota al punto che raccogliere fondi a suo favore in Italia porta all’espulsione.

Mercoledì 22 gennaio 2003
http://www.lapadania.com/2003/gennaio/22/22012003p07a2.htm

Gli ambasciatori in Arabia Saudita conquistati al culto di Allah dai petrodollari
5) Scialoja e Cardilli: conversioni anomale?
I diplomatici incaricati di portare a buon fine l’accordo tra comunità musulmana e Governo

Partizione dell'influenza wahhabita nella Penisola Arabica occupata dai Sauditi

La pretesa dei "fratelli musulmani" di usare la sigla Ucoii al fine di ottenere l'intesa con lo Stato italiano causa non poco sconcerto a quegli stessi Sauditi che pure della "fratellanza" sono i principali finanziatori. Se è vero che la setta dei "fratelli musulmani" è uno dei principali strumenti di diffusione nel mondo dell'integralismo wahhabita (la corrente islamica rigorista al potere in Arabia Saudita), va però detto che i sauditi seguitano a considerarla una manovalanza per la propaganda o per il terrorismo, da utilizzare quando serve e da scaricare quando non fa più comodo.

L'idea che quell'organizzazione potesse addirittura illudersi di diventare soggetto di un'intesa, e quindi accedere ai fondi dell'8 per mille e acquisire autonomia finanziaria, non poteva certo essere gradita ai sauditi. Avevano investito oltre venti miliardi delle vecchie lire nell'edificazione della moschea di Roma, e non potevano certo permettere che - dopo un investimento di quella portata - la rappresentanza dell'islam in Italia sfuggisse loro di mano e passasse a pericolosi estremisti come i boss della "fratellanza" Ghrewati, Qudsi, Dachan, Breigheche, al-Tongi, Abu Shweimah e al-Barq. Dopo aver creato a Roma la più grande moschea d'Europa, ai sauditi serviva qualcuno da poter accreditare in modo credibile come "rappresentante dell'islam presso le istituzioni", e una banda di militanti integralisti legati a doppio filo ad un'organizzazione terroristica come Hamas non era certo quanto di più indicato. Se il candidato alla rappresentanza degli interessi sauditi in Italia mancava, perché dunque non procurarsene uno? In fin dei conti, ai sauditi i fondi da investire in politica estera non sono mai mancati. E quale candidato poteva essere più indicato di un ambasciatore d'Italia?

Il miracolo non tarda a realizzarsi. Sensibile al fascino dei petrodollari, il dott. Mario Scialoja, ambasciatore d'Italia in Arabia Saudita dal 1984 al 1994 e uomo di fiducia del sen. Andreotti, cambia divisa all'uopo: si "converte" (in data imprecisata) all'Islam wahhabita e, quando la moschea di Roma viene finalmente inaugurata nel 1995, torna in patria a guidare una nuova organizzazione filo-saudita, la sezione italiana della Lega mondiale musulmana (Rabitah). In poco tempo, da ambasciatore d'Italia in Arabia Saudita, Scialoja diventa curatore degli interessi politico-religiosi del regime saudita in Italia. Il caso non è neppure isolato. Il suo successore nella carica di ambasciatore d'Italia in Arabia Saudita, Torquato Cardilli, segue l'identico percorso. Si converte anche lui al wahhabismo, e si candida a succedere a Scialoja nel caso un cui questi non dovesse risultare all'altezza dell'incarico affidatogli. In questo modo, l'Italia finisce per acquisire la ben poco invidiabile nomea di paese i cui ambasciatori sono in vendita al miglior offerente.

Il compito di Scialoja non è facile: deve estromettere i "fratelli musulmani" dalla trattativa per l'intesa con lo Stato, ma senza darlo a vedere apertamente. Propone la creazione di un "Consiglio islamico" per l'intesa, e lascia che i membri della "fratellanza" abbiano la maggioranza assoluta al suo interno, salvo poi dire che è proprio questa presenza preponderante dei militanti di un'organizzazione estremista e filo-terrorista a causare resistenze, sia da parte degli ambasciatori di stati come il Marocco, la Tunisia e l'Egitto, sia da parte delle istituzioni italiane. Gli stessi militanti dell'Ucoii contribuiscono da loro stessi a farsi escludere. Il convertito Ali Matteo Scalabrin, membro dell'Ucoii, ha la geniale idea di mettere in rete il sito Islam-Jihad-Italia, in cui il logo dell'Ucoii è affiancato a quello dei terroristi ceceni di Basayev, con link ai siti delle principali organizzazioni del terrorismo fondamentalista, mentre Roberto Hamza Piccardo, segretario dell'Ucoii e membro dello stesso "Consiglio islamico" affianca ai proclami apologetici del terrorismo suicida un comunicato-stampa in cui l'allora presidente della Commissione di vigilanza sui servizi ed attuale ministro degli Esteri Franco Frattini viene senza mezzi termini accusato di "farneticazioni poliziesche o istituzionali". A questo punto Scialoja può ben dire: "Se il Consiglio non viene ritenuto un interlocutore credibile dalle istituzioni non è certo colpa mia". Il progetto di "Consiglio islamico" abortisce sul nascere.

Nel frattempo seguitano a sorgere diverse organizzazioni islamiche minori, i cui militanti sono limitati a qualche decina. Alcune di esse sono filiali di ordini Sufi, aliene dal fondamentalismo e dal coinvolgimento in politica, come ad esempio quelle degli ordini Tijaniyyah, Alawiyyah, Burhaniyyah e Naqshbandiyyah, altre sono quasi circoli new-age per pochi intimi, pittoreschi ma innocui, che di islamico hanno poco più che il nome, come quello dei seguaci dello psicanalista-occultista Gabriele Mandel, o i sincretisti guénoniani della Co.Re.Is di Felicino Pallavicini. Altre ancora invece, nonostante lo scarso numero dei loro aderenti, hanno una natura decisamente inquietante, come la Associazione Ahl al-Bayt (Aab) guidata da Luigi Ammar De Martino e formata da ex-militanti dell'estrema destra rautiana convertitisi al khomeinismo, o come la filiale italiana della setta nazi-islamica dei Murabitun, fondata dall'ex attore comico scozzese e ideologo del pangermanesimo neonazista Ian Dallas. Ha fra i suoi aderenti l'ex braccio destro di Franco Freda, il prof. Claudio Mutti, proprietario della casa editrice "All'insegna del Veltro", i cui cataloghi riproducono sempre in copertina oggetti decorati con svastiche. A stampagli i libri pensa Adel Smith. A questa stessa organizzazione ha appartenuto per alcuni anni Massimo Zucchi, l'ex autonomo che poi è finito a fare da guardaspalle allo stesso Smith.

Va poi fatta menzione di una realtà sorta dopo l'11 settembre, cioè l'associazione Giovani musulmani italiani (Gmi), formata dai figli del banchiere di Al Qaeda, Youssef Nada, e da quelli di Ghrewati, Dachan, El Beick, Gueddouda e degli altri dirigenti della "fratellanza" residenti in Italia. E' guidata da Sumaya al-Barq, figlio del boss di Hamas Muhammad al-Barq. Infine vi è un'altra organizzazione - anch'essa aderente all'Ucoii - denominata Associazione caritatevole per la solidarietà con il popolo palestinese (Acspp), guidata dal palestinese Muhammad Hannun e incaricata di raccogliere donazioni a favore di Hamas. Dal momento che - dopo l'11 settembre - gestire dall'Italia fondi destinati ad un'organizzazione terroristica estera è diventato rischioso, la Acspp pensa bene di investirli nella costruzione di una moschea a Lodi. A quel punto, il depistaggio sarebbe stato completo. Non si sarebbe trattato più di "fondi di Hamas", ma di "offerte per la moschea di Lodi", il cui progetto è cofirmato dallo stesso Hannun. Si è molto parlato delle proteste per il progetto della moschea a Lodi, ma quelle stesse proteste hanno spesso mancato di rilevare proprio l'aspetto più problematico. Si sarebbe trattato della prima moschea costruita in Italia direttamente da Hamas.

Domenica 26 gennaio 2003
http://www.lapadania.com/2003/gennaio/26/26012003p05a3.htm

Quando i fedeli di Allah “disertano” la guerra santa
6) I “musulmani buoni” dell’Ami

Sembra quasi un’eccezione alla regola ma, nonostante la gran parte dell’opinione pubblica stenti a crederlo, esistono anche dei musulmani moderati nel mondo e soprattutto in Italia.

Gente che riconosce l'esistenza dello stato d'Israele e anzi la difende, gente che non odia l'America, gente che non insulta il cristianesimo e i suoi simboli. L'Associazione musulmani italiani (Ami), viene fondata a Napoli nel 1982 da un gruppo che comprende convertiti italiani e ufficiali delle forze armate di origine somala. Alcuni di essi, come Duale Musa e Abshir Sabtiye, sono figli dei vecchi fondatori dell'Associazione musulmana del littorio (Aml), di cui si è parlato nella prima puntata di questa inchiesta. Sin dalla fondazione viene chiamato alla presidenza lo Shaykh Ali Hussen, teologo musulmano già abilitato alla funzione di giudice islamico (Qadi) in Somalia, nonché colonnello della Guardia di Finanza. Dimessosi dalla presidenza per motivi di salute, nel 2004 è candidato per acclamazione alla Presidenza onoraria dell'Assemblea Musulmana d'Italia.

Shaykh Ali Hussen di Belet Uen, presidente dell'A.M.I.

Essendo in possesso di doppia cittadinanza, in seguito Hussen verrà anche nominato ambasciatore della Somalia presso la S. Sede. L'orientamento dottrinale dell'Assemblea Musulmana d'Italia è sunnita, e la maggior parte dei suoi soci appartiene altresì alla confraternita Sufi Qadiriyyah. Essendo sorta dall'incontro fra cittadini italiani di origine somala che provengono dalle Accademie militari, e da convertiti italiani interessati al Sufismo, la nuova Ami, Associazione Muslmana d'Italia si ispira a principi di integrazione della minoranza islamica nella società italiana, è di orientamento moderato e filo-occidentale, e condanna da sempre l'integralismo e le tendenze che pretendono di strumentalizzare la religione a fini politici.

Nel 1993 aderiscono alla vecchia Ami due organizzazioni preesistenti, anch'esse di orientamento sunnita e moderato: la Scuola islamica di Roma e l'Istituto culturale della Comunità islamica italiana, fondato nel 1991 dallo Shaykh Abdul Hadi Palazzi, un intellettuale musulmano molto attivo in ambito accademico, sia in Italia che all'estero. Segretario generale della vecchia Ami dal 1992 al 2004, poi fondatore e presidente della nuova Ami nel febbraio 2004, questi si impegna a favore del dialogo interreligioso, ed in particolar modo nel favorire le relazioni d'interscambio fra le minoranze ebraica ed islamica in Italia, nonché l'instaurazione di normali relazioni diplomatiche fra i paesi islamici ed Israele.

Ben prima dell'11 settembre, la vecchia Ami ha ripetutamente denunciato il rischio rappresentato per l'Occidente dai movimenti fondamentalisti di tipo wahhabita, finanziati e protetti dalla casa reale saudita. Questi movimenti sono gli unici a poter contare su un flusso di ingenti finanziamenti, e specie nel Nord d'Italia stanno già monopolizzando moschee e centri islamici. Il rischio reale è che siano gli estremisti a forgiare le nuove generazioni di musulmani nati in Italia, a meno che - come già accade in Francia - lo Stato non decida autonomamente di stabilire quale siano le organizzazioni islamiche i cui principi siano compatibili con la democrazia occidentale, e quindi favorisca la loro rappresentanza a scapito dei "fratelli musulmani".

La nuova Ami ribadisce che la nascita del movimento settario dei wahhabiti, la caduta dell'impero Ottomano e l'occupazione dei luoghi santi islamici di Mecca e Medina da parte del regime saudita (di orientamento wahhabita) siano da identificarsi tanto con le cause dell'integralismo contemporaneo, quanto con quelle dell'attuale stato di degrado ed arretratezza che caratterizza vasti settori del mondo islamico.

 

Shaykh Abdul Hadi Palazzi, segretario dell'A.M.I.

Nel 1997, col pieno sostegno del Consiglio direttivo della vecchia Ami, Palazzi è divenuto co-presidente musulmano della Associazione di amicizia Islam-Israele, avente sede a Gerusalemme. Nel maggio 2001 la vecchia Ami ha inoltre pubblicato un documento nel quale si esprime solidarietà ad Israele e si condanna il terrorismo contro la popolazione civile israeliana praticato dall'Olp e da Hamas. Recentemente ha poi pubblicamente elogiato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per «la coraggiosa decisione di chiudere le porte di Palazzo Chigi al [defunto] terrorista Yasser Arafat».

Rispetto alle tematiche dell'immigrazione, la nuova Ami è estremamente critica di ogni tendenza "buonista", e condanna la politica lassista delle sanatorie e del "lasciamo entrare chiunque" praticate dai passati governi di centro-sinistra. «Il Corano - dice una dichiarazione della nuova Ami - prescrive di entrare in un luogo passando dalla porta, e chiedendo il permesso a quanti vi dimorano. Se ciò vale per un'abitazione privata, a maggior ragione deve valere per chi entra in un paese straniero.

Il giornalista Dimitri Buffa, autore dell'articolo, riceve il cavalierato della Repubblica Democratica di Somalia

Secondo l'Islam è lecito farlo soltanto transitando regolarmente dalle frontiere, ed ottenendo un regolare visto dalle autorità competenti. Il clandestino, colui che entra in Italia o vi resta in modo illegale, oltre a violare la legge italiana viola i precetti dell'Islam. Per questo l'Ami ha lanciato un appello ai clandestini musulmani: se volete rispettare i principi della nostra religione, dovete o mettervi in regola con la legge italiana, oppure lasciare l'Italia».

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